Prima ancora che partisse alla volta di Pechino, il presidente americano Donald Trump aveva voluto mandare un messaggio distensivo al suo omologo cinese Xi Jinping affermando che gli Stati Uniti potrebbero smettere di vendere armi a Taiwan. Una novità clamorosa, perché se si trasformasse in impegno, porrebbe fine ad una longeva politica estera bipartisan di Washington. Come vedremo, la vicenda può avere risvolti anche drastici sui mercati finanziari e commerciali internazionali.
Taiwan al centro del vertice Trump-Xi
Accogliendo l’inquilino della Casa Bianca, Xi ha voluto porre l’accento proprio su Taiwan, avvertendo che sull’isola c’è il rischio di un conflitto globale. Ha citato Tucidide, uno storico greco del V secolo a.C. per fare capire al suo interlocutore che esso sarebbe evitabile grazie alla collaborazione. Ma facciamo prima un passo indietro. Trump in Cina ci è andato essenzialmente per cercare una via d’uscita, possibilmente anche onorevole, dalla guerra in Iran. Iniziata alla fine di febbraio con attacchi congiunti con Israele, si sta rivelando un vicolo cieco per l’amministrazione americana. La sorpresa si chiama Hormuz, uno stretto largo fino a un massimo di 39 km, ma vitale per i commerci mondiali. Da esso passano le navi, che ogni giorno trasportano 20 milioni di barili di petrolio, un quinto dell’offerta mondiale, oltre che un terzo dell’intero gas naturale liquido trasportato via mare.
Trump cerca aiuto su Hormuz
Avendo bloccato Hormuz, l’Iran sta infliggendo grosse perdite ai suoi nemici del Golfo Persico come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e persino Qatar con cui un tempo dialogava, ma anche agli stessi Stati Uniti e alleati internazionali. Infatti, i primi non riescono più ad esportare gran parte delle materie prime e subiscono, quindi, un crollo delle entrate. I secondi patiscono il boom dei prezzi di petrolio e gas, con la conseguenza che i rispettivi cittadini affrontano il fenomeno dell’inflazione e premono sui governi per la fine della guerra. Di mezzo ci stanno andando persino gli “amici” dell’Iran come la Cina, specie da quando Trump ha imposto il blocco alle stessi navi di Teheran, che non possono più da un mese a questa parte partire alla volta dell’Asia, né i porti iraniani possono ricevere navi straniere per poi farle ripartire cariche di petrolio o gas.
Più questa situazione va avanti e più il danno all’economia globale sale. Trump ha bisogno di Xi per convincere il regime islamista a trattare un accordo di pace. Le condizioni pretese da Washington non soddisfano la controparte, che non intende rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Poiché gli Stati Uniti non possono ritirarsi dal Golfo con un pugno di mosche in mano, devono poter sventolare qualche bandiera. Gli iraniani lo sanno e stanno prendendo tempo, speranzosi che esso sia la variabile per piegare il nemico. In qualità di alleato, Xi può portare Teheran a più miti consigli. Senza la Cina l’economia iraniana sarebbe fallita da tempo. Ha importato fino ad aprile il 90% di tutto il suo greggio esportato, anche in violazione delle sanzioni americane.
Cina chiede contropartita geopolitica
Ma la Cina non intende dare una mano a Trump gratuitamente. Vuole sfruttare questo suo vantaggio per massimizzare il beneficio geopolitico. E Taiwan sta tornando centrale nel dibattito con la superpotenza. L’isola si è staccata dalla madrepatria nel 1949 alla nascita della Repubblica Popolare. E’ sostenuta militarmente dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, tant’è che da decenni esiste uno status quo per cui Pechino evita l’annessione e Washington non riconosce ufficialmente Taipei sul piano diplomatico. Pur essendo della dimensione all’incirca quanto Sicilia e Basilicata messe assieme e con una popolazione di 23 milioni di abitanti, questa isola è strategica per l’economia mondiale. Produce il 90% dei chip di fascia alta.
Taiwan fondamentale per mercato dei chip
La sua Taiwan Semiconductor Manifacturing Company è un colosso senza pari nel mondo. Quando dovette arrestare la produzione in pandemia, gli effetti furono devastanti. Ne scaturì la carenza di svariati prodotti, tra cui elettronica di consumo e auto. A distanza di pochi anni, la sua centralità è semplicemente aumentata, perché i chip oggi sono determinanti per l’Intelligenza Artificiale, un settore su cui stanno per essere investiti più di 1.000 miliardi di dollari nel mondo. Ecco perché la questione sta diventando cruciale non solo sul piano geopolitico. Il rischio è che il governo di Taiwan consideri l’esito del vertice tra Trump e Xi una minaccia esistenziale al punto da ritorcersi contro il suo principale alleato. Come? Mettendo un freno alle esportazioni di chip o vietandole temporaneamente. Un fatto che provocherebbe uno sconquasso economico di dimensioni colossali tra carenza di numerosi prodotti, crollo degli investimenti e inflazione.
Mercati delusi dal vertice
Tornando da Pechino, Trump non si è sbilanciato sul tema. In un’intervista alla Fox ha ribadito che potrebbe impegnarsi sulle armi a Taiwan, così come potrebbe non farlo. Di certo, ha aggiunto, non è sua intenzione fare una guerra a 15.000 km di distanza. Si è detto favorevole al mantenimento dello status quo. Parole che non rassicurano nessuna delle due parti, data anche la volubilità delle dichiarazioni del presidente su tutti i temi clou da quando è ritornato alla Casa Bianca. La delusione per l’esito del vertice ha provocato cali delle borse mondiali e l’impatto si è fatto sentire anche tra i colossi legati all’IA. Ad esempio, Nvidia è scesa da una capitalizzazione di 5.700 miliardi, perdendone circa 170. Una Taiwan in contrasto con l’amministrazione americana può alimentare grande tensione e apprensione sui mercati finanziari e non solo.
Possibile scambio su Iran e Taiwan
D’altra parte, anche la minaccia cinese fa male al sistema dei commerci e alle borse mondiali. Si sperava in uno scambio di favori tra USA e Cina: i primi avrebbero garantito sullo status quo su Taiwan e la seconda avrebbe offerto aiuto sull’Iran. Un “do ut des” reciprocamente vantaggiosa e che avrebbe favorito la discesa dei prezzi energetici e la tensione attorno al mercato dei semiconduttori. All’apparenza, nulla di tutto questo sarebbe avvenuto. Il condizionale è d’obbligo, perché temi così delicati non possiamo pretendere che vengano sciorinati in pubblico. Probabile – almeno questa la speranza – che Pechino agisca dietro le quinte sin da questi giorni per convincere Teheran a trattare un accordo di pace, contestuale alla riapertura di Hormuz; e che gli Stati Uniti rallentino la vendita di armi all’isola ribelle per segnalare a Xi di essere interessati alla stabilità nell’area del Pacifico. Per il momento ci dobbiamo accontentare di pure supposizioni all’insegna dell’ottimismo.