Il nome, probabilmente, non vi dirà nulla. Anzi, per molti di voi sarà la prima volta che lo abbiate sentito nominare. Eppure, la moneta B-pengő conserva ancora oggi il record come quella che fu stampata e immessa in circolazione con il più alto valore nominale al mondo. Avete presente la banconota da 100 trilioni di dollari dello Zimbabwe? Ben oltre! Siamo in Ungheria e per l’esattezza nell’estate del 1946. Il Paese era stato distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Occupato dall’Unione Sovietica, questi pretese ingenti spese di riparazione al termine del conflitto. Budapest si ritrovò a pagare cifre insostenibili, a fronte di una produzione decimata dalla distruzione del tessuto industriale. Nel frattempo, il suo governo stampava moneta per fronteggiare i pagamenti. E cosa accade ogni volta che abbiamo emissione di moneta con una produzione di beni e servizi scarsa? Si genera inflazione. Lo scenario fu molto simile a quello vissuto dalla Repubblica di Weimar (Germania) dopo il 1918.
Dalla corona al B-pengő: Ungheria 1946
L’Ungheria aveva sostituto la vecchia corona nel 1927 con il pengő, un termine onomatopeico che può essere tradotto come “tintinnante” per descrivere il suono delle monetine di metallo. La situazione sfuggì totalmente di mano nell’estate del ’46, allorquando l’inflazione esplose a livelli che non si erano mai visti prima al mondo e che non si sarebbero visti neanche dopo. I prezzi dei beni raddoppiavano in media ogni 15 ore. I lavoratori arrivarono a chiedere di essere pagati ogni poche ore dai loro datori di lavoro, così da poter fare la spesa prima che la moneta perdesse valore. A casa li aspettavano le mogli con sacchi e cassette, necessari per portarsi dietro enormi quantità di moneta per pagare anche spese di pochi spiccioli. Gli spazzini nelle strade raccoglievano tutte le mattine palate di banconote buttate via dai cittadini, essendo prive di valore reale.
Fu in questo clima drammatico che la banca centrale emise a luglio il B-pengő, che sta letteralmente per “Billió-pengő”, ossia 1 bilione di pengő. Attenzione alle denominazione. Nella scala lunga, 1 bilione non sta per 1 miliardo come nel caso anglosassone. Essa sta per 1 milione di milione. In pratica, 1 B-pengő si scriveva come 1.000.000.000.000 di pengő, cioè 1.000 miliardi di pengő. Quello che ancora non sapete è che la banca centrale ungherese ne stampò una da 100 milioni di B-pengő: 100.000.000.000.000.000.000. Le cifre erano diventate così lunghe da scrivere, che la banca centrale ripiegò sull’espediente di apporvi solo la denominazione in lettere per l’impossibilità di fare entrare nella banconota tutti gli zeri necessari. Anzi, per dirla tutta ne stampò anche da 1 miliardo di B-pengő: 1.000.000.000.000.000.000.000. Tuttavia, quest’ultima non fu mai immessa in circolazione, perché nel frattempo la situazione era diventata così assurda e insostenibile da costringere al ritiro di tutto il vecchio conio e l’adozione di una nuova moneta nazionale: il fiorino. Ancora oggi, questi è in circolazione.
Descrizione della banconota
Dall’1 agosto del ’46 ci fu la conversione di 1 fiorino per ogni 400 ottilioni di pengő. In pratica, l’intera massa monetaria in circolazione venne sostanzialmente azzerata di valore anche ufficialmente per lasciare posto alla nuova moneta nazionale. Il taglio da 100 milioni di B-pengő era una nota grigia e blu dalle dimensioni di 15,9 x 7,9 centimetri. Sul retro mostra il Parlamento di Budapest, mentre davanti una giovane donna in abiti tradizionali. Pensate che fu stampata senza filigrana o filo metallico per la fretta che la banca centrale aveva nell’immetterla in circolazione per agevolare i pagamenti ordinari a prezzi sempre più allucinanti. Inoltre, l’idea fu che i falsari non avrebbero neanche perso tempo nel cercare di contraffare la nuova moneta, dato che tutti sapevano che sarebbe durata pochissimo per lasciare spazio a una probabile denominazione ancora più alta.
Valore di mercato per monete da collezione
Quanto vale il B-pengő come moneta da collezione oggi? Anzitutto, dipende dal taglio. Quelle da milioni o miliardi di pengő si possono acquistare anche online per pochi euro, fino a non più di una decina di euro. Il B-pengő vero e proprio può arrivare a valere sui 75 euro, mentre il pezzo nominalmente più alto e anche il meno comune da trovare, ossia il 100 milione di B-pengő, può spingersi fino a 400 euro nel caso delle banconote effettivamente circolazione e a 1.500 euro per le cosiddette “fior di stampa”, cioè stampate e mai entrate in circolazione. Ovviamente, il valore è legato anche allo stato di conservazione della banconota. Vi suggeriamo di verificare l’autenticazione di enti terzi come PMG e PCGS prima di effettuare un acquisto, al fine di evitare di incorrere in una qualche contraffazione.
Vendita spesso associata alla banconota dello Zimbabwe
Vi potrebbe capitare di trovare il B-pengő venduto in associazione alla banconota da 100 trilioni di dollari dello Zimbabwe. Molti potrebbero non capirne le ragioni, trattandosi di due periodi storici tra loro differenti (nel secondo caso, siamo nel 2009) e in un contesto geografico e culturale lontanissimo. In realtà, le due monete fanno parte della “collezione iperinflazione”. Anche lo Zimbabwe visse non molti anni fa questo flagello dei prezzi al consumo che esplodevano e arrivò ad emettere banconote dal valore nominale semplicemente ridicolo e con le quali ci si poteva comprare al massimo qualche caffè. Tuttavia, in media le banconote africane posseggono attualmente un valore di mercato più alto del B-pengő, almeno quelle dalla denominazione più alta. Online le troverete a non meno di 150-200 euro ciascuna. Fate attenzione alle riproduzioni vendute per pochi euro e spacciate come originali.
Pezzo di storia tra le mani
Qual è il senso per un collezionista di portarsi a casa il B-pengő? Avere tra le mani un pezzo di storia. L’iperinflazione in Ungheria è molto poco nota, mentre siamo più abituati a racconti su Weimar nel 1923-’24. Venendo agli anni più recenti, dominano le narrazioni su Venezuela e per l’appunto Zimbabwe. Tutti questi contesti hanno un denominatore comune: hanno inondato il mercato di moneta per superare gravi crisi fiscali e mettendo al primo posto la stabilità dell’assetto di potere sopra quella dei prezzi. In tutti i casi, la fine dell’iperinflazione coincise con il ritiro del vecchio conio e l’introduzione di una nuova moneta nazionale. Parziale eccezione per il bolivar in Venezuela, formalmente rimasto sé stesso, anche se le emissioni successive sarebbero state private di numerosi zeri per facilitare i calcoli e offrire alla popolazione l’idea di stabilità.