Anche se i prezzi delle criptovalute in queste prime giornate del 2026 non sembrano avere registrato aumenti eclatanti, non ci sarebbe potuto essere avvio migliore per l’asset sul fronte della geopolitica. Bitcoin sale di oltre il 5% da inizio anno, portandosi oggi sopra i 92.000 dollari. Ci dice ancora molto poco riguardo a cosa stia accadendo non tanto attorno a questo mercato, ma sul piano internazionale. Ha fatto subito scalpore la notizia della cattura di Nicolas Maduro per mano dei militari americani sul suolo venezuelano. L’ex dittatore guidava col pugno di ferro lo stato sudamericano dal 2013. E quasi per coincidenza sono esplose le proteste in Iran contro il regime islamista retto dall’ayatollah Khamenei dal 1989. Le manifestazioni stanno portando a un vero massacro nelle piazze con centinaia di morti e tale da prospettare un intervento di USA e Israele per rovesciare la Repubblica Islamica.
Geopolitica nel 2026 favorevole alle criptovalute
Non è finita. All’inizio di questa settimana è arrivata dagli USA un’altra notizia destinata a suscitare scalpore ancora a lungo. Il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine penale a carico di Jerome Powell, governatore della Federal Reserve. Le accuse riguardano la sua testimonianza resa al Congresso sulla ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari dell’edificio storico dell’istituto guidato con sede a Washington. I lavori di ristrutturazione sono da tempo finiti nel mirino dell’amministrazione Trump, considerati inutili e costosi. Powell, che si è sempre distinto per moderazione, ha reagito con una dichiarazione video in cui accusa a sua volta il governo di volere interferire nella gestione della politica monetaria per ottenere i tanto reclamati tagli ai tassi di interesse.
C’è un’altra notizia di queste settimane, a metà tra realtà e fantasia: il presidente Donald Trump minaccia l’invasione della Groenlandia se la Danimarca non gli venderà l’isola di ghiaccio, considerata da Washington strategica sul piano militare per la sua posizione e minerario per la ricchezza del suo sottosuolo di materie prime come le terre rare. Musica per le criptovalute, per le quali si prospetta un 2026 più interessante che mai tra geopolitica ed eventi economico-finanziari.
Venezuela tra i principali possessori di Bitcoin?
Iniziamo dal Venezuela. Il quotidiano Whale Hunting ha riportato l’indiscrezione per cui il regime “chavista” avrebbe accumulato tra 600.000 e 660.000 Bitcoin dal 2018, convertendo i proventi del petrolio. A causa delle sanzioni americane, Caracas non ha accesso ai dollari da quell’anno, tanto da essere andata in default per l’impossibilità pratica di pagare i creditori, oltre che per i guai strettamente finanziari. Se la notizia trovasse riscontro, lo stato sudamericano risulterebbe secondo possessore di Bitcoin dietro solamente Microstrategy e per una quota di mercato del 3% dal valore attuale nell’ordine dei 60 miliardi di dollari. Sono già tanti soldi e figuratevi in rapporto ad un PIL stimato in meno di 83 miliardi.
Impatto sui mercati della cattura di Maduro
La cattura di Maduro è intravista come “bearish” per il mercato del petrolio, in quanto prospetta un futuro aumento dell’offerta tra fine dell’embargo e investimenti USA sollecitati da Trump alle compagnie americane per riattivare i pozzi. Prezzi del petrolio più bassi dovrebbero rallentare l’inflazione globale e, da questo punto di vista, sembrerebbero ostili anche alle criptovalute, la cui natura è difensiva proprio dal carovita. Tuttavia, il calo dell’inflazione porterebbe le banche centrali a tenere i tassi di interesse più bassi. E questo è un fatto positivo per le crypto, le quali beneficia sempre della maggiore liquidità sui mercati e l’aumento della propensione al rischio tra gli investitori.
Sale la tensione in Iran
L’Iran può avere un impatto ancora maggiore sul mercato globale. E’ tra i principali produttori di petrolio con oltre 3 milioni di barili al giorno estratti e in Medio Oriente è sempre stato una bomba ad orologeria negli ultimi decenni. L’eventuale collasso del regime sarebbe percepito come un aumento del rischio geopolitico, con la conseguenza che gli asset come le criptovalute ne trarrebbero beneficio. A meno che tra gli investitori non si diffondesse una generalizzata avversione al rischio.
Gelo tra USA ed Europa
Le tensioni tra USA ed Europa sulla Groenlandia aprono un capitolo nuovo e ci portano in acque inesplorate. Un confronto militare diretto tra le due parti appare improbabile, ma le ripercussioni di eventuali atti di forza dell’una o dell’altra può fare salire la temperatura come mai dal 1945. Ancora una volta le criptovalute potrebbero trarne vantaggio, come quando presero piede dopo la grande crisi finanziaria del 2008 per offrire al mercato un asset alternativo a quelli finanziari tradizionali, “drogati” dalle stamperie monetarie senza precedenti delle banche centrali.
Rischio inflazione sul caso FED
La stessa tensione tra Trump e Powell è percepita come un’escalation tra governo e prima banca centrale del mondo sulla gestione della politica monetaria. La fine dell’indipendenza della FED sarebbe vicinissima se fosse consentito alla Casa Bianca di interferire attivamente sul taglio dei tassi ai prossimi appuntamenti del FOMC. E questo surriscalderebbe le aspettative d’inflazione, spingendo i capitali verso gli asset difensivi come le criptovalute. L’unica reale minaccia arriverebbe dal comparto obbligazionario. Una risalita dei rendimenti a lungo termine per i bond governativi e corporate ne accrescerebbe l’appeal ai danni dei token digitali, che ricordiamo essere asset senza cedola; un po’ come l’oro, per cui i guadagni si realizzano solo nel momento in cui si disinveste a prezzi più alti di quelli di ingresso sul mercato.
Geopolitica nel 2026 sostiene le criptovalute tra debiti, tensioni e inflazione
In generale, dove ci sono caos e rischi per debiti e inflazione si crea un ambiente favorevole per investire in criptovalute. E la geopolitica di questo 2026 è iniziata con tensioni superiori a quelle dell’anno che ci siamo lasciati da pochi giorni alle spalle. Si avverte una chiara corsa al riarmo in Europa, dove le spese per la difesa graveranno sui bilanci statali e peggioreranno le condizioni fiscali persino di economie finora stabili e austere come la Germania. Bitcoin nacque nel 2009 per slegare i capitali dal rischio di controparte, oltre che dall’inflazione. Possiamo affermare che da allora le inquietudini in tal senso siano solo aumentate. Il 2025 si è aperto e chiuso con economie insospettabili nell’occhio del ciclone per lo stato dei loro conti pubblici: USA, Giappone, Regno Unito e Francia. Si restringono le aree sicure in cui fare business senza temere per le condizioni macroeconomiche e geopolitiche. Pochi mesi fa, i mercati tremarono con l’annuncio dei dazi americani. Un tema non ancora del tutto digerito, ma che sembra semmai superato da preoccupazioni ancora più impellenti e gravi.