Bitcoin, oro, franco svizzero e (si direbbe) il nuovo disordine mondiale, che induce a profondi e interessanti ripensamenti sulla strategia da adottare per massimizzare il valore dei propri investimenti. Sì, perché l’investitore contemporaneo si trova oggi a navigare in un oceano di incertezza che non ha precedenti nella storia economica moderna. Il concetto ha assunto anche una definizione in forma di neologismo, “policrisi”, ovvero la convergenza di crisi geopolitiche, debito sovrano fuori controllo, inflazione persistente e instabilità sociale, che non è più una teoria accademica, ma una realtà tangibile che erode quotidianamente il potere d’acquisto dei risparmiatori.
In questo scenario di autentico disordine mondiale le vecchie bussole della finanza tradizionale sembrano aver perso il loro nord. Non è più sufficiente chiedersi dove ottenere il rendimento più alto; la domanda fondamentale è diventata più articolata e multidirezionale: come preservare il capitale in un mondo che sembra aver ormai smarrito la stabilità?
Per rispondere a questa sfida, è necessario unire la prudenza della vecchia scuola elvetica, la solidità millenaria dell’oro fisico e l’innovazione dirompente di Bitcoin, creando una sintesi che potremmo definire “l’arte dell’investimento anti-fragile”.
Il primo segnale di questo disordine sistemico è osservabile nel comportamento delle valute. Per decenni, il dollaro americano ha regnato sovrano come valuta di riserva globale, garantito dalla forza militare ed economica degli Stati Uniti. Tuttavia oggi il biglietto verde mostra segni di stanchezza strutturale. L’uso del dollaro come strumento di sanzione geopolitica ha spinto molte nazioni a cercare alternative, avviando un processo di “dedollarizzazione” che non è più una minaccia lontana, ma un processo assolutamente oggettivo e in corso (basti pensare alla situazione sociale, culturale, politica ed economica degli Stati Uniti, che porge un profilo di decadenza e schizofrenia spesso incredibile).
La roccaforte elvetica
In questo vuoto di leadership valutaria, emerge con forza il franco svizzero (CHF). Il vigore della valuta elvetica è spesso descritto come il “canarino nella miniera”, con grafici ormai decennali che ribadiscono in modo eloquente la sua resistenza strutturale rispetto alla valuta statunitense: quando il franco si apprezza in modo deciso, non ci sta indicando solo la salute della Svizzera, ma, paradossalmente, la febbre del resto del mondo.
Investire nel franco svizzero significa acquistare un pezzo di una nazione che ha fatto della neutralità, della disciplina fiscale e della stabilità politica il proprio marchio di fabbrica. Ma la prudenza suggerisce di non fermarsi alla superficie. Un investitore equilibrato deve capire che il franco svizzero è un porto sicuro perché è percepito come tale, ma è e rimane sempre sempre una valuta fiat emessa da una banca centrale che, seppur rigorosa, deve navigare le stesse acque agitate degli altri.
Un franco troppo forte è un problema per la stessa industria svizzera (oggi, peraltro, in crisi), poiché rende le esportazioni meno competitive. Pertanto l’investitore deve bilanciare l’esposizione valutaria al CHF con asset che abbiano un valore intrinseco indipendente dalle decisioni di qualsiasi governatore centrale.
Ancora una volta l’oro fisico come perno della sicurezza
Qui entra in gioco l’oro. Se il franco svizzero è la moneta degli uomini più prudenti, l’oro è la moneta degli dei. Negli ultimi dieci anni, l’oro ha confermato il suo ruolo di polizza assicurativa suprema. Tra il 2016 e il 2026, abbiamo assistito a una crescita costante del metallo giallo, spinta non dalla speculazione, ma dalla necessità di protezione (ricordiamo il nostro articolo dedicato all’analisi dell’ultimo decennio).
Mentre le banche centrali di Cina, India e Russia accumulano riserve auree per sganciarsi dall’egemonia del dollaro, il prezzo dell’oro ha superato soglie psicologiche storiche, toccando nuovi massimi sopra i 4.000 dollari l’oncia. L’oro è l’unico asset che non può essere stampato, non ha rischio di controparte e non dipende dalla connettività internet o dalla stabilità di una rete elettrica. In caso di crollo sistemico, l’oro fisico rimane l’ultima difesa, la zavorra che impedisce al portafoglio di affondare.
Tuttavia, il mondo del 2026 non è più quello dei nostri nonni. Accanto all’oro fisico, si è imposto un nuovo protagonista: Bitcoin. Spesso definito come “oro digitale”, Bitcoin ha vissuto un decennio di successi che ha messo a tacere gli scettici. Se nel 2016 era considerato un esperimento per appassionati di tecnologia, oggi è una componente stabile dei portafogli istituzionali.
La sua approvazione attraverso gli ETF spot e l’ingresso di giganti come BlackRock hanno segnato la fine dell’era speculativa e l’inizio dell’era dell’adozione come riserva di valore. Bitcoin condivide con l’oro la caratteristica fondamentale della scarsità: ne esisteranno solo 21 milioni di unità. Ma Bitcoin offre qualcosa che l’oro non può dare: la portabilità e la programmabilità.
Immaginiamo di dover trasferire una parte significativa del proprio patrimonio attraverso un confine in una situazione di emergenza. L’oro fisico è pesante, difficile da trasportare e vulnerabile ai sequestri. Bitcoin, al contrario, vive su una rete decentralizzata globale. Può essere trasferito istantaneamente, diviso in frazioni minuscole (i satoshi) e verificato in tempo reale da chiunque.
Se l’oro è l’asset della stabilità fisica, Bitcoin è l’asset della libertà digitale. Integrare Bitcoin in un portafoglio che già possiede oro significa diversificare la scarsità stessa. L’oro protegge dalla crisi della materia, Bitcoin protegge dalla crisi del sistema digitale e finanziario centralizzato.
Verso una strategia ragionevole e lungimirante
La costruzione di un portafoglio in questo contesto di disordine richiede una strategia di asset allocation dinamica e umile. L’umiltà consiste nel riconoscere che nessuno può prevedere con certezza quando una bolla scoppierà o quando un conflitto si intensificherà. Per questo motivo, la diversificazione valutaria rimane il primo pilastro. Una quota del patrimonio in franchi svizzeri garantisce una base di liquidità solida e meno soggetta alle svalutazioni selvagge dell’euro o del dollaro.
Ma attenzione all’eccessiva esposizione azionaria svizzera: se il franco sale troppo, le multinazionali di Zurigo e Basilea soffrono. È quindi preferibile puntare su obbligazioni svizzere a breve scadenza o semplicemente su conti liquidi in CHF, pronti a essere utilizzati come munizioni per acquisti strategici durante le fasi di panico.
Il secondo pilastro è la “Quota Scarsità”, composta da oro e Bitcoin. Gli esperti suggeriscono che un portafoglio equilibrato nel 2026 dovrebbe dedicare tra il 10% e il 15% all’oro fisico e tra il 2% e il 10% a Bitcoin, a seconda della tolleranza individuale al rischio.
Questa combinazione crea una sinergia unica: l’oro stabilizza il portafoglio nei momenti di volatilità estrema, mentre Bitcoin funge da motore di crescita asimmetrica. Un piccolo investimento in Bitcoin ha il potenziale di generare rendimenti che possono compensare le perdite subite in altri settori del portafoglio, come l’obbligazionario tradizionale, che è stato duramente colpito dall’aumento dei tassi e dall’inflazione.
In questo scenario, non dobbiamo dimenticare il ruolo delle azioni. In un mondo disordinato, non tutte le aziende sono uguali. Bisogna cercare quelle dotate di “fossati economici” profondi, ovvero di vantaggi competitivi che permettono di mantenere la redditività anche in contesti avversi.
Parliamo di aziende con un forte potere di determinazione dei prezzi (pricing power), capaci di trasferire i costi dell’inflazione sui consumatori senza perdere quote di mercato. Settori come la sanità, i beni di prima necessità e le infrastrutture critiche diventano fondamentali. Inoltre, l’investitore deve guardare alla “geopolitica dell’innovazione”: le aziende leader nell’intelligenza artificiale, nella robotica e nella transizione energetica riceveranno sostegno governativo indipendentemente dal ciclo economico, poiché sono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale.
Una componente spesso trascurata ma vitale è la gestione della liquidità. In un mercato volatile, la liquidità non è “spazzatura”, come sosteneva qualcuno negli anni dei tassi a zero, ma è un’opzione strategica. Mantenere una riserva di contanti (preferibilmente in valute forti come il franco) permette di dormire sonni tranquilli e, soprattutto, di essere “compratori di ultima istanza”.
Quando il disordine causa vendite indiscriminate e il panico travolge anche gli asset di qualità, chi ha liquidità può acquistare diamanti al prezzo del vetro. Questa è la vera gestione della ricchezza: non seguire la massa quando tutto sale, ma avere i mezzi per agire quando tutti gli altri scappano.
La psicologia gioca un ruolo determinante in questa “Arte di Investire nel Caos”. Il disordine mondiale è amplificato da un flusso costante di informazioni allarmistiche, progettate per generare clic e paura. L’investitore consapevole deve imparare a filtrare il rumore di fondo. Tentare il “market timing” — ovvero cercare di indovinare esattamente quando comprare o vendere — è un gioco d’azzardo che porta quasi sempre alla rovina. La strategia vincente rimane quella del ribilanciamento periodico.
Se Bitcoin corre e raddoppia il suo peso nel portafoglio, è saggio vendere una parte della posizione per acquistare oro o franchi svizzeri. Questo processo permette di “cristallizzare” i guadagni ottenuti da un asset volatile e spostarli in uno più stabile, mantenendo costante il profilo di rischio desiderato.
L’importanza della competenza
Le voci dei grandi esperti confermano questa visione. Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, ha ribadito più volte che diversificare tra diverse forme di “denaro solido” è l’unico modo per sopravvivere ai cicli storici di eccesso di debito. Dalio ha ammesso di possedere sia oro che Bitcoin, definendoli alternative necessarie in un sistema dove le valute tradizionali vengono sistematicamente svalutate per ripagare debiti impagabili.
Allo stesso modo, Larry Fink di BlackRock ha trasformato la sua visione su Bitcoin, definendolo “un asset internazionale che sta digitalizzando l’oro”. Quando i gestori dei capitali più grandi del pianeta cambiano rotta in questo modo, è chiaro che siamo di fronte a un cambiamento epocale che nessun risparmiatore può ignorare.
Ma c’è anche una dimensione tecnologica e operativa da considerare. Nel 2026, l’accesso a questi asset è diventato più semplice ma richiede competenza. Per l’oro, è fondamentale assicurarsi che sia fisico e detenuto in giurisdizioni sicure, lontano dai circuiti bancari tradizionali se possibile.
Per Bitcoin, la parola d’ordine è “self-custody”, oppure l’utilizzo obbligatorio di piattaforme regolate e garantite che porgano la massima trasparenza. Esistono anche forme di investimento ibride, come il mining diretto di Bitcoin, che permette di generare nuova “scarsità digitale” attraverso la potenza di calcolo, offrendo un flusso di reddito che non dipende dai mercati azionari. Da questo punto di vista, ricordiamo sempre progetti come quello del BHP, da tempo portato avanti in esclusiva da CryptoSmart, che permettono non solo di acquisire satoshi, ma di crearli attraverso investimenti scalabili e a disposizione di tutte le tasche.
Conclusioni
In definitiva, navigare il disordine mondiale richiede un ritorno ai fondamentali del valore, filtrati attraverso le lenti della modernità. Il franco svizzero ci insegna l’importanza della prudenza valutaria e della stabilità istituzionale. L’oro ci ricorda che la vera ricchezza deve avere un’ancora fisica e millenaria per resistere ai crolli dei sistemi creati dall’uomo. Bitcoin ci proietta nel futuro, ovvero in un futuro che è già presente, offrendoci uno strumento di protezione programmabile, globale e immune alla censura o alla manipolazione politica.
Il portafoglio “anti-disordine” non è un’entità statica, ma un organismo vivente che si adatta alle tempeste. È solido nelle fondamenta (oro, franchi e aziende di qualità) ma agile nella sua capacità di catturare le opportunità della nuova economia (Bitcoin e innovazione tecnologica). Per chi sa attendere con pazienza e agire con metodo, l’incertezza non è un nemico da temere, ma il terreno più fertile per costruire una prosperità duratura. Il tempo della scelta tra vecchio e nuovo mondo è finito; il tempo della sintesi è iniziato.
L’investitore del 2026 che ignora il segnale del franco svizzero, la stabilità dell’oro o il potenziale di Bitcoin si troverà presto senza difese in un mondo che non perdona l’impreparazione. Al contrario, chi saprà unire questi tre pilastri avrà costruito una barriera impenetrabile contro l’erosione del valore, trasformando il caos globale in un’occasione di crescita e sicurezza patrimoniale senza precedenti.
Questo approccio non garantisce l’assenza di volatilità — che è intrinseca a ogni mercato — ma garantisce la resilienza. La resilienza è la capacità di subire un urto e tornare più forti di prima, o di non rompersi sotto la pressione. In un sistema finanziario che appare sempre più come un castello di carte, possedere asset che non sono il debito di qualcun altro è l’unica forma di vera indipendenza finanziaria.
Che si tratti di un lingotto custodito in un caveau elvetico o di una chiave privata che controlla una frazione di Bitcoin, il principio è lo stesso: riappropriarsi della sovranità sul proprio tempo e sul proprio lavoro, proteggendoli dall’arbitrio di sistemi monetari ormai giunti al loro limite naturale.
La storia economica ci insegna che i periodi di grande disordine si concludono sempre con una redistribuzione della ricchezza verso coloro che hanno saputo identificare gli asset reali e scarsi. Oggi, per la prima volta nella storia, abbiamo la possibilità di proteggerci con strumenti che spaziano dalla terra al cloud, dal metallo al codice, in una perfetta armonia tra passato, presente e futuro.
Filippo Albertin