Se siete appassionati di numismatica o veri e propri collezionisti di monete di tutto il mondo, non dovreste farvi sfuggire il racconto del Gold Certificate. Si sente parlare molto poco di questo episodio storico, anche perché tende a riportare in auge un periodo particolare della storia americana. La moneta di cui vi stiamo per raccontare fu emessa alla fine del 1934 per il valore nominale di 100.000 dollari. Avete letto benissimo! E a differenza di altre monete emesse nel mondo con alto taglio, essa non rifletteva alcuna instabilità dei prezzi. Gli Stati Uniti d’America non stavano combattendo contro l’iperinflazione come la Repubblica di Weimar di appena un decennio prima. Al contrario, stavano affannandosi a contrastare il tracollo dell’economia e la deflazione.
Gold Certificate da 100.000 dollari
Il Gold Certificate ha una peculiarità tutta sua: sul piano teorico, il suo valore di mercato risulterebbe altissimo. Forse, sarebbe oggi la moneta da collezione a spuntare il più alto prezzo alle aste per gli appassionati. Secondo alcune valutazioni, di gran lunga riuscirebbe a superare la cifra di 1 milione di dollari. E non potrebbe essere altrimenti. I 100.000 dollari di fine 1934 varrebbero oggi quasi 2,5 milioni di dollari. Detto altrimenti, a causa dell’inflazione il valore nominale del dollaro in questi 91 anni e rotti si è contratto del 96%. Tuttavia, non è vendibile ai privati. Il suo possesso è vietato all’infuori del circuito bancario in cui venne emessa.
Dunque, abbiamo a che fare con un oggetto da collezione che nessuno può possedere, anche se tantissimi vorrebbero averlo. E non c’è neppure modo di mettervi le mani, dato che la loro custodia è affidata al Smithsonian Institute con sede principale nel National Museum of American History a Washington. Se qualche collezionista riuscisse con qualche sotterfugio ad impossessarsi di uno degli ultimi esemplari esistenti, non potrebbe mostrarla a nessuna, pena una visita dell’FBI con annessi arresti.
Lotta a crisi e deflazione
Torniamo all’emissione. Gli Stati Uniti sono in crisi e il sistema bancario rischia il collasso. Alla presidenza c’è Franklin Delano Roosevelt, artefice di una serie di leggi rimaste rivoluzionarie per il loro impatto sull’economia e persino sulla psicologia dell’epoca. Tra queste ve ne fu una rimasta in piedi per decenni e che riguardò il divieto per ciascun cittadino americano di possedere oro e di compravenderlo all’interno della nazione per un controvalore superiore ai 100 dollari. Tutte le famiglie furono costrette a consegnare l’oro che possedevano in eccesso a tale valore, pena l’arresto. Se in Italia la donazione dell'”oro alla patria” fu un gesto volontario, pur propagandato dal regime fascista, nel tempio della democrazia si perseguì un vero e proprio esproprio.
Lo stato americano divenne il monopolista dell’oro. A quale fine? Ammassare quanti più lingotti possibili come riserve, così da poter stampare moneta in maggiore quantità e cercare di fare uscire l’economia dalla depressione. Ricordiamo, infatti, che fino ad allora vigeva il cosiddetto Gold Standard, un ordine monetario in cui i dollari venivano emessi secondo le disponibilità auree. Tra il 18 dicembre del 1934 e il 9 gennaio del 1935, cioè in appena tre settimane, vennero emessi 42.000 esemplari di Gold Certificate dal valore nominale cadauno di 100.000 dollari. Tutti venivano garantiti dall’oro, il cui valore legale veniva al contempo innalzato da 20,67 a 35 dollari per oncia. Ogni oncia troy corrisponde a 31,10 grammi.
Riserve auree rivalutate per legge
Grazie a questo aumento per via legale, il valore delle riserve auree crebbe automaticamente e con esso il Tesoro poté permettersi di accrescere la massa monetaria senza formalmente violare il fondamento alla base del Gold Standard. Ne risultò che ogni Gold Certificate corrispondeva a 88,87 kg di oro. Infatti, a quel rapporto imposto per legge 100.000 dollari riuscivano a comprare questa enorme quantità di metallo giallo. Alle attuali quotazioni di mercato, la stessa quantità si acquisterebbe con circa 13,5 milioni di dollari. 100.000 dollari, infatti, non basterebbero per comprare 660 grammi.
Caratteristiche della banconota rara
Dei 42.000 esemplari emessi, ne sono rimasti in circolazione solamente 12. Tutti gli altri Gold Certificate furono distrutti sotto gli occhi vigili delle autorità federali con tanto di annotazione uno ad uno del numero di serie. Ciascuna moneta si presenta con al centro il ritratto del 28-esimo presidente Woodrow Wilson. Il testo riporta la dicitura “payable to bearer on demand” (pagabile al portatore su richiesta). La stampa è in bianco e nero con il sigillo del Tesoro e numero di serie in arancione dorato. La cifra “100.000” campeggia al centro e ai quattro bordi della banconota da 156 x 67 mm con spessore di 0,1 mm. Il peso è trascurabile, qualcosa come appena 1 grammo.
Nel febbraio del 2025 venne emersa una versione cosiddetta “Specimen” da Heritage Auctions al prezzo di 74.750 dollari. Trattasi nei fatti di una riproduzione, il cui possesso può essere autorizzato ai privati. Le altre riproduzione in lamine d’oro 24 carati sono state vendute a prezzi fino ai 200 dollari. Nulla che possa competere con il valore di mercato potenziale dei Gold Certificate originali, anche grazie al fatto che gli esemplari rimasti in circolazione siano pochissimi e irraggiungibili dal pubblico.
Gold Certificate pezzo di storia e monito
Siamo in presenza di un pezzo di storia americana e mondiale, come del resto avviene per qualsiasi moneta da collezione. Il Gold Certificate riflette un clima anomalo per gli Stati Uniti, dove la libertà economica e individuale non era mai stata messa in discussione prima a questi livelli. La requisizione forzosa dell’oro fu un episodio che il popolo americano si mise alle spalle solo quattro decenni più tardi. Si dovette attendere fino al 31 dicembre del 1974 per riprendere a comprare e possedere il prezioso metallo. Da notare che ancora oggi le riserve auree sono iscritte al bilancio della Federal Reserve per soli 42,2222 dollari l’oncia. Il prezzo imposto dal Par Value Modification Act del 1973 valuta, quindi, i 261,5 milioni di once appena 11 miliardi contro un valore di mercato attuale di almeno 1.235 miliardi.
Di recente, proprio l’esigenza di allineare i due valori ha generato preoccupazioni circa le possibili conseguenze di un simile atto. Il governo americano disporrebbe dalla mattina alla sera asset per oltre 1.200 miliardi di dollari in più da utilizzare all’occorrenza per scopi di politica fiscale. Come con i Gold Certificate di oltre 90 anni fa, un espediente puramente contabile verrebbe sfruttato per aumentare la massa monetaria con possibili implicazioni per l’inflazione. L’oro è da sempre il vero limite allo strapotere del dollaro e per questa ragione i governi americani tendono a detestarlo. La storia di questa particolare banconota è una conferma. E il successo negli ultimi anni delle criptovalute è lì a testimoniare che il mercato resta scettico circa la capacità dei governi di autocontrollarsi e di porsi limiti in politica monetaria e fiscale.