La settimana ha portato una grossa novità in casa Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio al centro di un polemico riassetto da mesi. Nicoletta Zampillo, moglie di Leonardo Del Vecchio, scomparso nel giugno del 2022, ha inviato una lettera al Consiglio di Amministrazione per chiedere la revoca del diritto di usufrutto ceduto al figlio di primo letto Rocco Basilico a distanza di appena tre giorni dalla morte del de cuius. La donna ammette che la decisione sia dolorosa per una madre, ma nota di avere effettuato quell’operazione in preda ad una condizione di fragilità emotiva per la perdita da poco subita. In questo modo, il figlio rimarrebbe titolare della sola nuda proprietà, come da testamento.
Delfin in fase di riassetto
Questa missiva va ben oltre i limiti di una faida familiare, avendo conseguenze dirompenti per il nuovo risiko bancario italiano. Una di queste consisterebbe, infatti, nell’annullare il voto di Basilico all’assemblea dei soci del 27 aprile di Delfin. In quell’occasione, questi si espresse contro entrambi i punti all’ordine del giorno: il trasferimento delle quote dei fratelli Paola e Luca a Leonardo Maria per 10 miliardi di euro complessivi; l’aumento dal 10% all’80% dell’utile distribuito sotto forma di dividendo per tre esercizi.
Basilico contro Leonardo Maria
Basilico ha fatto ricorso al tribunale del Lussemburgo, dove Delfin ha sede. Eccepisce che la sua contrarietà sarebbe stata sufficiente a bocciare entrambe le proposte del fratellastro Leonardo Maria, figlio sempre di Zampillo e di Leonardo. Infatti, per statuto a suo avviso sarebbe servito il voto favorevole dell’88% e il suo 12,5% contrario già avrebbe reso impossibile il via libera. Ma se l’usufrutto passa nelle mani della madre con effetto retroattivo, il suo diritto di voto decade. Il nudo proprietario, infatti, ha il diritto di incassare le cedole e di votare nelle assemblee straordinarie. Ad essere sinceri, c’è persino la possibilità che, pur venendo approvata la revoca della cessione dell’usufrutto, Basilico faccia ricorso contro l’invalidazione del suo voto di aprile, in quanto potrebbe ribattere che l’assemblea fosse convocata in sede straordinaria e non ordinaria. Cosa, che già ha evidenziato in sede di ricorso.
Risiko bancario rilanciato
E cosa c’entra questa vicenda tutta interna a Delfin con il risiko bancario? Leonardo Maria sta compiendo un’operazione di largo respiro. Vuole rilevare le quote dei fratelli Paola e Luca, che sono del 12,5% a testa. In questo modo, salirebbe al 37,5% inclusa la sua. Di recente, ha anche siglato un accordo per rivelare la nuda proprietà del 12,5% della madre. E così facendo, si porterebbe fino al 50% del capitale. Per finanziare il primo acquisto, ha chiuso un accordo con Bnp Paribas, Crédit Agricole e Unicredit per ricevere un prestito da 11 miliardi. Di questo, 1 miliardo gli servirà per rifinanziare un debito in scadenza per la sua società LMDV, formalmente titolare anche delle quote da rilevare.
Il costo del prestito sarà di 400 milioni all’anno in forma di interessi. Leonardo Maria intende pagarlo con una doppia strategia. Per prima cosa, aumentando i dividendi da distribuire, che per il 2025 sono stati di 1,5 miliardi. In questo modo, egli attingerebbe a una grossa percentuale degli utili con cui pagare i tassi passivi alle banche. E vendendo almeno alcune partecipazioni finanziarie, Delfin maturerebbe grosse plusvalenze con cui potrebbe distribuire un dividendo straordinario e sul quale il 31-enne metterebbe le mani per abbattere almeno parte del debito.
Possibile uscita di Delfin da MPS e Generali
Quali sono le partecipazioni della holding? A parte il 32,4% in EssilorLuxottica, che nessuno ha in mente di cedere per la sua natura industriale “core” nel business familiare, ci sono il 17,5% in Monte Paschi di Siena, il 10% di Generali, il 2,7% di Unicredit e il 28,1% di Covivio. Se vendesse la quota in Monte Paschi, Delfin realizzerebbe una plusvalenza di quasi 4 miliardi. Infatti, la ha in carico per meno di 1 miliardo e al suo attuale valore di borsa vale 4,9 miliardi. E la compagnia le è costata sui 2,6 miliardi contro i poco meno di 6 miliardi di valore attuale. Un’altra plusvalenza di quasi 3,4 miliardi.
Ruolo centrale di Unicredit
Vendere queste quote, però, non rappresenta solo un’operazione puramente finanziaria per una delle principali famiglie del capitalismo italiano. Significa rilanciare il risiko bancario, data l’importanza delle società citate. Proprio Monte Paschi è al centro di grossi movimenti e si vocifera da mesi che con l’uscita di Delfin dal capitale, di cui è primo azionista, subentrerebbe Unicredit. La banca guidata da Andrea Orcel con un solo colpo si metterebbe a capo di un colosso bancario-assicurativo. Siena controlla Mediobanca dopo l’OPAS dello scorso anno e sta per fondersi con essa. A sua volta, Piazzetta Cuccia detiene il controllo del Leone di Trieste con il 13,20%. E sempre Unicredit è salita di recente nel capitale della compagnia a poco più del 9%.
Immaginate se Delfin vendesse il 10% di Generali a Unicredit. Questi si troverebbe in possesso del 19%, quota che presupporrebbe, però, l’autorizzazione della Banca Centrale Europea per il superamento della prima soglia rilevante del 10%. E se allo stesso tempo si prendesse il controllo di Monte Paschi rilevando la quota della holding, si porterebbe fino a quasi un terzo del capitale della compagnia tra partecipazioni dirette e indirette. Metterebbe le mani su asset per complessivi 900 miliardi. Certo, sarebbe un’operazione molto costosa se compiuta sia a monte che a valle. Ma per una banca che in borsa vale ormai 112 miliardi e con un CET1 al 14,8% contro un ratio minimo richiesto dalla Vigilanza europea del 10,24%, tutt’altro che impossibile da sostenere. E di questi tempi gli esborsi cash sono rari nelle scalate (vedi l’OPS in corso su Commerzbank di Unicredit). Orcel potrebbe proporre a Delfin un mix tra scambio azionario e pagamento in contante.
Leonardo Maria verso la maggioranza assoluta in Delfin?
Quest’ultimo scenario diverrebbe particolarmente suggestivo: Leonardo Maria sarebbe azionista indiretto di peso in Unicredit, – più di quanto non lo sia già tramite il 2,7% di Delfin – cioè della stessa banca verso cui risulterebbe debitore. Capite bene che riuscirebbe con ogni probabilità a strappare condizioni di rinnovo del prestito tra le migliori possibili. Ma il punto vero è un altro: la lettera della madre Zampillo rafforza la sua posizione verso gli altri soci della holding e rende più probabile l’uscita di Basilico dal capitale tramite esercizio del recesso. E con la sola nuda proprietà per la sua quota, potrebbe pretendere molto meno di quanto gli sarebbe riconosciuto nel caso di proprietà piena. Addio alla valutazione dei 5 miliardi già effettuata per le quote dei fratelli Paola e Luca nelle scorse settimane. L’esborso scenderebbe sotto i 3 miliardi e diverrebbe più sostenibile per la stessa Delfin, magari attingendo alle plusvalenze realizzate con la cessione di una o più partecipazione. In uno scenario del genere, le quote rimanenti aumenterebbero di peso (la base si restringe da 100 a 87,5) e per questa via Leonardo Maria supererebbe il 50%, diventando l’azionista di controllo anche di diritto.