Eravamo rimasti a Monte Paschi di Siena (MPS) che si era presa il controllo di Mediobanca dopo il lancio di un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio a cui in pochi credevano. Ne erano seguite liti e tensioni tra soci dell’istituto toscano, divisi sul da farsi dopo il buon esito dell’operazione. Ma il risiko bancario italiano sembra ripartire con l’assemblea degli azionisti MPS, datata 15 aprile e che ha avuto una conclusione clamorosa e inattesa: l’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio è tornato alla guida del Consiglio di Amministrazione dopo essere stato prima dimesso e poi licenziato. La lista Plt che lo candidava insieme a Cesare Bisoni come presidente ha vinto contro ogni previsione il voto con il 49,9% del capitale, piazzandosi davanti al 38,8% ottenuto dalla lista supportata da Francesco Gaetano Caltagirone e fondi d’investimento stranieri come Vanguard.
Delfin rilancia il risiko bancario
Determinanti per il ritorno di Lovaglio sono stati Delfin, ossia la holding della famiglia Del Vecchio, e Banco BPM. I due si sono presentati in assemblea rispettivamente con il 17,5% e 3,74%. Il Tesoro, che ancora detiene il 4,86%, non ha partecipato alla votazione, in vista della sua uscita definitiva dal capitale entro breve. Un esito, dicevamo, che rilancia il risiko bancario. In effetti, è accaduto che la prima riunione del nuovo CDA di questa settimana abbia visto i componenti della lista vincitrice (8 sui 15 totali) votare compatti e senza alcuna intesa con le minoranze per i propri candidati. Persino le vicepresidenze sono state affidate a uomini propri, nello specifico a Flavia Mazzarella e Carlo Corradini.
Una chiusura che si può spiegare come frutto delle tensioni nei mesi scorsi tra il fronte pro-Lovaglio e l’imprenditore romano. Ma la vicenda si arricchisce di particolari molto più interessanti. Proprio in questi giorni, pur in assenza di conferme ufficiali, si apprende che Leonardo Maria Del Vecchio abbia ricevuto l’ok da Bnp Paribas, Crédit Agricole e Unicredit per un prestito di 10-11 miliardi di euro. Gli servirà a rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola in Delfin, potendo così salire dall’attuale 12,5% al 37,5%. Serve il consenso degli altri 5 soci, che sono tutti fratelli e la madre Nicoletta Zampillo. A tale proposito si terrà un’assemblea straordinaria della holding il prossimo lunedì 27 aprile. L’esito non è scontato. Il costo del maxi-prestito sarebbe di 400 milioni all’anno, che il giovane coprirebbe grazie ai maggiori dividendi attinti dalla finanziaria di famiglia. A tale proposito, vuole modificare lo statuto societario nella parte in cui limita la loro distribuzione al 10% dell’utile netto dell’esercizio, portandola fino al 100%. E solo per il 2025 i profitti sono stimati in 1,5 miliardi.
Unicredit in MPS al posto di Delfin?
Cosa c’azzecca questo caso con MPS e il risiko bancario italiano? L’intento di Leonardo Maria, figlio appena trentenne dell’omonimo patron di Luxottica deceduto nel 2022, sarebbe di arrivare a diventare l’azionista forte di Delfin, pur non potendo ottenere il controllo di diritto, così da dismettere le partecipazioni finanziarie e fare cassa ove possibile. Ad esempio, la sola quota in MPS frutterebbe sui 4,8 miliardi, che al netto del costo di carico stimato in 1,3 miliardi, maturerebbe una plusvalenza intorno ai 3,5 miliardi. E la società possiede anche il 10% di Generali, il 26% di Covivio, il 2,7% di Unicredit e il 32,2% di EssillorLuxottica. Solo quest’ultima partecipazione verrebbe eventualmente risparmiata dalle dismissioni, avendo natura industriale e non semplicemente finanziaria.
Parrebbe di capire che Delfin abbia votato per l’ex AD al fine di preservare il valore della quota azionaria posseduta senza rischiare salti nel buio. Lovaglio si è dimostrato un manager capace e affidabile, tanto da avere in pochi anni risanato una banca sull’orlo del fallimento e trasformandola da preda a cacciatrice. A chi venderebbe? La pista porterebbe a Unicredit. E’ l’unica grossa realtà bancaria domestica con le spalle talmente larghe da potersi permettere una simile acquisizione. E c’è anche che Andrea Orcel. il suo CEO da 5 anni, ha tutta intenzione di fare shopping sul mercato italiano o all’estero. Ci aveva provato con un’OPS su Banco BPM, ma scontrandosi con l’esercizio del “golden power” da parte del governo di Giorgia Meloni. Ci sta provando in questi mesi con Commerzbank in Germania, tanto da avere lanciato un’Offerta Pubblica di Scambio a partire dal 5 maggio, ma anche in questo caso c’è l’opposizione del governo Merz, della banca commerciale nel mirino e del mondo sindacale e finanziario tedesco.
Terzo polo o colosso bancario-assicurativo
L’ingresso nel capitale di MPS tramite la cessione della quota Delfin renderebbe Unicredit primo socio di una realtà composita. Rocca Salimbeni controlla anche Mediobanca e, quindi, indirettamente anche Assicurazioni Generali e Banca Generali. Piazzetta Cuccia possiede, infatti, il 13,19% della compagnia. E in settimana si è scoperto che la partecipazioni di Unicredit in quest’ultima è salita dal 6,68% noto fino a pochi giorni fa all’8,72% dichiarato in assemblea. Questo significa che, nell’eventualità che la banca milanese diventi primo azionista di MPS, disporrebbe di una capacità di controllo di Generali fino a circa il 22% tra quota diretta e indiretta.
Non sfugga che Unicredit starebbe finanziando Leonardo Del Vecchio, cosa che nei fatti agevolerebbe il suo stesso ingresso in MPS. E Banco BPM resterà a guardare? I suoi vertici sono stati riconfermati alla guida dell’istituto il giorno dopo l’assemblea di MPS. Dopo avere respinto il tentativo di scalata di Orcel, ora devono fare i conti con una Crédit Agricole salita al 22,8% del capitale. I francesi non hanno avanzato alcuna offerta, con ogni probabilità, per non indisporre il governo italiano. Questi punta sulla nascita di un terzo polo bancario, che abbia come perno proprio Banco BPM e MPS. E’ considerato il sogno del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Risiko bancario: possibile effetto domino dall’assemblea Delfin
Tuttavia, l’ingresso di Unicredit in MPS andrebbe oltre tale progetto. Più che di terzo polo, si tratterebbe di un rilancio del risiko bancario per generare un colosso ramificato anche nel settore assicurativo. Un’altra ipotesi che non dispiacerebbe né al mercato, né al governo. In un solo colpo, nascerebbe un gigante capace di respingere qualsiasi tentativo di scalata dall’estero e verrebbe messo al riparo quel risparmio domestico minacciato un anno fa dalla joint venture tra Generali e Natixis per la creazione di una sgr, naufragata proprio a seguito della scalata di MPS a Mediobanca con il benestare dell’esecutivo. Ma molto di questo scenario dipenderà dall’esito dell’assemblea Delfin di lunedì. Una vittoria di Leonardo Maria rimetterebbe in moto un effetto domino di cui sentiremmo parlare per mesi, se non anni, tra le cronache finanziarie e persino politiche.