L’uscita degli Emirati Arabi dall’OPEC può cambiare il mercato del petrolio a lungo termine

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Una notizia sconvolgente per il mercato del petrolio mondiale è arrivata nel pomeriggio di oggi: gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC a partire da venerdì 1 maggio. Una decisione, che il ministro degli Esteri, Mohammed bin Zayed al Nahyan, ha giustificato con la necessità di perseguire “l’interesse nazionale” e al contempo soddisfacendo le esigenze del mercato. Lo stato del Golfo Persico faceva parte dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio sin dal 1967, ossia da 7 anni dopo la sua fondazione ad opera di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Venezuela.

OPEC più debole senza Emirati Arabi

Si tratta di una novità estremamente rilevante e con possibili conseguenze di medio-lungo periodo per il mercato del petrolio e l’economia mondiale, nonché per la geopolitica. Abu Dhabi da anni era in rotta di collisione con l’alleato saudita, che nelle riunioni periodiche dell’OPEC a Vienna lo accusava di violare le quote di produzione ad essa assegnate. Gli Emirati hanno effettivamente incrementato le estrazioni, infischiandosene a più riprese degli accordi stipulati all’interno del cartello per sostenere le quotazioni internazionali.

Il grafico di sotto dimostra il trend crescente negli anni. La produzione era di circa 3 milioni di barili al giorno poco prima della pandemia, mentre nel febbraio scorso, prima che USA e Israele entrassero in guerra con l’Iran, era salita a una media di 3,39 milioni di barili al giorno, dietro solo ad Arabia Saudita e Iraq ed esattamente pari al target fissato dall’OPEC. E dire che nel frattempo la quota complessiva di questa è persino leggermente scesa a 28,63 milioni di barili al giorno. Già a marzo, a causa del blocco al transito delle navi nello Stretto di Hormuz, la produzione giornaliera emiratina crollava a 1,91 milioni di barili.

Produzione di petrolio degli Emirati Arabi Uniti

Cartello causa della crisi petrolifera nel ’73

Cos’è l’OPEC? Si tratta di un’organizzazione, che raggruppa tra i principali esportatori di petrolio nel mondo. Il cuore pulsante è nel Golfo Persico, anche se metà dei suoi membri attuali si trovano altrove. Il loro numero è mutato varie volte nel tempo. Prima dell’annuncio di oggi, erano 12: Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Venezuela, Algeria, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Gabon, Libia, Nigeria ed Emirati Arabi Uniti. Il suo intento sin dalla nascita del 1960 è stato di massimizzare il potere negoziale sul mercato petrolifero mondiale. Quando i prezzi tendono a scendere per l’elevata offerta complessiva e/o la bassa domanda, il cartello decide spesso di reagire abbassando la produzione complessiva con l’assegnazione di quote massime per ciascun membro. Viceversa, quando i prezzi tendono a salire eccessivamente. I sauditi, che guidano nei fatti l’OPEC da 66 anni, non ritengono opportuno che le quotazioni restino troppo alte a lungo e alzano l’offerta. Da un lato, beneficiano di una tale condizione, ma dall’altro rischiano di mandare in malora l’economia mondiale e di incentivare gli stati importatori ad investire nelle energie alternative.

Impatto non immediato

Perdendo il suo terzo membro, l’OPEC si è già indebolita. La sua quota di produzione complessiva scende così sotto il 25% sul piano globale. Era al 50% nel 1973, quando la stessa scatenò una crisi petrolifera con l’embargo imposto contro l’Occidente per il suo sostegno ad Israele nella Guerra dello Yom Kippur contro Egitto e Siria. Le quotazioni quadruplicano e le economie avanzate del tempo entrarono in una lunga fase di stagflazione. Gli Emirati Arabi saranno ora liberi di decidere quanto produrre. Tuttavia, gli effetti di questo cambio di policy non sarebbero immediati. Il problema principale per tutti gli stati esportatori del Golfo in questa fase consiste nell’attraversare Hormuz, che resta chiusa al transito navale. Tant’è vero che i livelli estrattivi sono precipitati nelle ultime settimane per l’impossibilità fisica di effettuare le consegne via mare.

Nel medio-lungo periodo, una volta che ci saremo messi alle spalle questa potente crisi geopolitica, le conseguenze potranno essere anche dirompenti. C’è già un soggetto, che incide da solo per circa il 3% della produzione mondiale, capace di aumentarla di quasi un altro milione di barili al giorno. L’OPEC dovrà prendere atto che nel cuore del Golfo esiste un esportatore ormai non più controllabile, che è diventato un avversario sul piano prettamente economico. Abu Dhabi aveva mandato segnali di sofferenza da settimane. Per quanto sia un acerrimo nemico dell’Iran, sta pagando più di tutti per l’intervento israelo-americano. I raid di Teheran contro Dubai hanno avuto l’effetto di danneggiare, forse irreparabilmente, l’immagine sicura e paradisiaca degli Emirati. In più, a differenza dell’Arabia Saudita, non dispongono di valide alternative terrestri per esportare petrolio.

Adu Dhabi chiede aiuto agli USA

Nei giorni scorsi, la banca centrale ha avanzato alla Federal Reserve la richiesta di ottenere una linea di credito tramite swap per accedere ai dollari, essendo gli afflussi di valuta estera crollati con le esportazioni e il collasso del turismo locale. Una richiesta strana, considerato che gli Emirati dispongano di riserve valutarie per 270 miliardi e i loro fondi sovrani gestiscano asset per 3.000 miliardi di dollari. Probabile che molti di questi investimenti siano stati effettuati in asset poco liquidi e che l’intento sia di preservarne le consistenze contro l’instabilità che genererebbe un’ondata di vendite per ragioni di cassa.

E se dietro all’uscita dall’OPEC vi fosse una qualche forma di accordo con gli Stati Uniti del presidente Donald Trump? Gli americani considerano il cartello una minaccia alla loro indipendenza energetica. Nei fatti, essi sono ormai da anni il primo produttore globale di petrolio, anche se ancora sono costretti ad importare il 40% di quanto ne consumano ogni giorno. L’organizzazione riesce a ritagliarsi un ruolo fondamentale sul mercato grazie alla capacità di fare massa dei suoi membri. E da un decennio collabora con una decina di esportatori esterni, tra cui Russia e Kazakistan. Tant’è che ormai siamo abituati a sentire parlare sempre più spesso di colloqui o accordi del cosiddetto “OPEC+”.

Incognita Venezuela

Ora che gli Stati Uniti sono riusciti a rimettere le mani sul petrolio del Venezuela, non possiamo escludere che una delle prossime mosse della Casa Bianca consista nel fare pressione sul regime di Caracas per ottenere l’uscita anche dello stato sudamericano dall’OPEC. Un altro eventuale duro colpo all’immagine del cartello, anche perché arriverebbe questa volta da un membro fondatore. Minore capacità di influenza da un lato accresce il potere negoziale delle economie importatrici, dall’altro aumenta l’incertezza e la volatilità delle quotazioni nelle fasi più critiche.

OPEC meno efficace, prezzi del petrolio più in linea con il mercato?

Già la storia di questi decenni ha insegnato che il coordinamento sia difficile da mantenere nel tempo. Esiste un incentivo a violare gli accordi per approfittare del rialzo delle quotazioni per accrescere i profitti con l’aumento delle estrazioni. E questo comporta uno sforamento complessivo delle quote, che nel corso dei mesi si traduce nell’inefficacia della politica del cartello.

Senza un coordinamento molto efficace, infatti, i prezzi si muoveranno ancora di più in base ai fondamentali del mercato che non a considerazioni geopolitiche. Il grande possibile perdente di questo annuncio rischia di essere Riad. Il regno ha sin qui giocato il ruolo di stabilizzatore del mercato e amico dell’Occidente, con l’eccezione degli anni di Joe Biden alla Casa Bianca. D’ora in avanti, gli sarà più complicato gestire le quote OPEC con l’attuale influenza sulle quotazioni internazionali.

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