Pavel Durov e Ross Ulbricht: tra libertà e tecnologia, due vicende appaiate che parlano di privacy e rapporto col potere costituito.
Il 28 agosto 2024 Pavel Durov, fondatore di Telegram, è stato rilasciato dalle autorità francesi dopo un fermo durato 96 ore all’aeroporto di Le Bourget, nei pressi di Parigi. L’arresto, avvenuto il 24 agosto, era legato a un’indagine sul crimine informatico, con accuse preliminari di aver permesso attività illecite sulla sua piattaforma di messaggistica, nota per la sua forte enfasi sulla privacy.
Pochi mesi dopo, precisamente il 21 gennaio 2025, un altro caso ha scosso il mondo a vario titolo legato alla tecnologia e all’innovazione: Ross William Ulbricht, creatore del mercato darknet Silk Road, è stato graziato dal neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump, ponendo fine a una detenzione iniziata addirittura nel 2013, con un profilo che ricorda molto da vicino la vicenda del più famoso Julian Assange, anch’esso vittima di una lunga carcerazione.
Entrambi i casi sollevano questioni profonde sulla libertà digitale, la responsabilità dei creatori di piattaforme e il confine tra innovazione, legalità, libertà e illegalità.
In definitiva siamo al cospetto di imprenditori che hanno unicamente creato sistemi per garantire diritti presenti nero su bianco su tutte le carte costituzionali e i codici delle democrazie evolute, e che si sono resi responsabili di un unico crimine: fare bene il loro mestiere per fornire alla comunità strumenti utili per tutelarsi da fattispecie in grado di limitare tali diritti.
Pavel Durov: la battaglia per la privacy
Il russo Pavel Durov, imprenditore con cittadinanza multipla (tra cui quella francese ed emiratina), è stato arrestato come sappiamo in Francia nell’ambito di un’indagine su Telegram.
Le autorità lo accusavano di non aver collaborato abbastanza nella moderazione di contenuti legati a crimini come il traffico di droga, la diffusione di materiale pedopornografico e la disinformazione. Dopo il rilascio, Durov è stato condotto in tribunale, dove ha evitato la custodia cautelare pagando una cauzione di 5 milioni di euro, con l’obbligo di rimanere in Francia e presentarsi regolarmente alla polizia.
In un post su Telegram del 6 settembre 2024 Durov ha difeso la sua posizione, criticando le autorità francesi per averlo preso di mira personalmente per fatti evidentemente perfezionatisi in via totalmente indipendente dalla sua volontà, promettendo comunque di lavorare su miglioramenti nella lotta alla criminalità sulla piattaforma.
Le ultime notizie su Pavel Durov riportano che il 15 marzo 2025 ha lasciato la Francia per recarsi a Dubai, con il permesso del tribunale francese. Resta da chiarire se le accuse siano state ritirate o se il caso proseguirà in altra forma. Per ora Durov sembra aver riacquistato la piena libertà di movimento.
La vicenda ha riacceso il dibattito sulla regolamentazione delle piattaforme digitali. Telegram, con la sua crittografia avanzata e il rifiuto di consegnare dati alle autorità, quali esse siano, è da tempo un simbolo di resistenza contro la sorveglianza di massa.
Tuttavia, questo approccio libertario ha attirato critiche, con alcuni che vedono in Durov una figura simile a Ross Ulbricht, un innovatore che anche in questo caso intendeva solo fornire alla collettività una piattaforma di “libero mercato”, lasciando ai diretti responsabili le conseguenze di attività presunte illegali.
Ross Ulbricht: da Silk Road alla grazia
Ross Ulbricht, noto con lo pseudonimo “Dread Pirate Roberts”, ha una storia più estrema. Arrestato nel 2013 a San Francisco, Ulbricht era la mente dietro Silk Road, un mercato online sul dark web che operava tramite Tor e Bitcoin, permettendo la compravendita anonima di categorie merceologiche eterogenee.
Condannato nel 2015 per riciclaggio di denaro, traffico di droga e reati informatici, ha ricevuto una pena all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. La sentenza, considerata da molti eccessiva e del tutto sbilanciata rispetto alle responsabilità oggettive dell’imputato, è stata vista come un monito contro chi usa la tecnologia per sfidare il sistema legale.
Il 21 gennaio 2025, tuttavia, la sua sorte è però come sappiamo cambiata, per effetto del realizzarsi di promesse che il nuovo presidente USA, Donald Trump, aveva abbondantemente snocciolato durante la campagna elettorale.
Con un ordine esecutivo, Trump ha appunto concesso la grazia a Ulbricht, liberandolo dopo oltre un decennio di carcere e riconsegnandolo alla sua famiglia. La decisione ha diviso l’opinione pubblica: per i sostenitori, Ulbricht è un martire della libertà digitale, punito ingiustamente – oltre che con una pena largamente spropositata – per aver creato uno spazio di libero scambio; per i critici, la grazia premia un criminale responsabile di gravi danni sociali.
Paralleli e connessioni collaterali
Le storie di Durov e Ulbricht presentano somiglianze sorprendenti. Entrambi sono figure associate a piattaforme che sfidano le norme tradizionali, sfruttando la tecnologia per garantire anonimato e autonomia agli utenti. Telegram e Silk Road, pur con scopi diversi, incarnano senza alcun dubbio un’etica libertaria che mette in discussione il controllo statale e le sue numerose “sviste”, spesso e volentieri innescate da meccanismi puramente burocratici e automatizzati verso persone deboli e prive degli strumenti che il potere costituito può mettere in campo per difendersi.
Inoltre sono stati entrambi accusati di aver permesso attività criminali, sollevando il dilemma della responsabilità dei creatori rispetto all’uso delle loro invenzioni.
Casi incredibilmente simili sono certamente quelli relativi a due “pezzi di software” molto noti nell’ambito criptovalute e ai relativi team di sviluppo, a loro volta implicati in azioni polizische di arresto e reclusione. Parliamo dei casi di Tornado Cash e Wasabi Wallet, due vicende che hanno segnato il dibattito su privacy, decentralizzazione e regolamentazione.
Il caso Tornado Cash
Tornado Cash è un protocollo basato su Ethereum, lanciato nel 2019, che funziona come un “mixer” di crypto. Permette agli utenti di depositare fondi in un pool e ritirarli con un indirizzo diverso, usando prove crittografiche cosiddette a conoscenza zero per interrompere il collegamento tra origine e destinazione delle transazioni.
L’obiettivo è semplice e diretto: garantire privacy in un ecosistema, quello delle blockchain, dove di default tutto è pubblico.
Il caso è esploso l’8 agosto 2022, quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tramite l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), ha inserito Tornado Cash nella lista delle sanzioni. L’accusa era pesante: il protocollo avrebbe facilitato il riciclaggio di oltre 7 miliardi di dollari in criptovalute dal 2019, inclusi 455 milioni rubati dal gruppo nordcoreano Lazarus nel maxi-furto al bridge Harmony del 2022.
Gli USA hanno vietato ai cittadini americani di usarlo, il dominio web è stato chiuso, e il codice su GitHub interamente rimosso. Pochi giorni dopo, il 10 agosto, Alexey Pertsev, uno dei co-fondatori, è stato arrestato ad Amsterdam con l’accusa di favoreggiamento al riciclaggio.
Il 14 maggio 2024 un tribunale olandese ha condannato Pertsev a 5 anni e 4 mesi di carcere, ritenendolo responsabile per non aver impedito l’uso criminale del protocollo; accusa piuttosto bizzarra, visto che non si capisce come, mutatis mutandis, ma seguendo una logica del tutto analoga, un produttore di comuni coltelli da cucina possa evitare che un comune compratore li utilizzi per commettere un omicidio.
Negli USA, invece, gli altri due co-fondatori, Roman Storm e Roman Semenov, sono stati incriminati nel 2023 per riciclaggio di oltre 1 miliardo di dollari; Storm è stato arrestato, mentre Semenov resta latitante.
Tuttavia, il 26 novembre 2024, una corte d’appello americana ha ribaltato parte della narrativa: i contratti intelligenti di Tornado Cash sono tornati ad essere “pura opera di ingegno umano”, ovvero non già delle “proprietà” sanzionabili secondo la legge federale. La sentenza ha quindi limitato il potere dell’OFAC di colpire direttamente il software, creando un precedente significativo.
Il caso Wasabi Wallet
Analoga vicenda è quella che ha interessato gli sviluppatori di Wasabi Wallet, un celebre dispositivo per custodia e gestione fondi Bitcoin open-source, noto per il suo servizio di CoinJoin, che mescola le transazioni di più utenti per rendere difficile tracciare i fondi, con notevole aumento della privacy.
Sviluppata da zkSNACKs, è stata a lungo un vero e proprio simbolo di autocustodia e anonimato. Il 29 aprile 2024, però, zkSNACKs ha annunciato una svolta: ha vietato ai cittadini e residenti statunitensi di usare Wasabi Wallet, bloccando gli IP su siti e servizi correlati. La decisione è arrivata subito dopo l’arresto dei fondatori di Samourai Wallet (24 aprile 2024), accusati di riciclaggio per il loro mixer di Bitcoin. Questo evento, unito alle vicende di Tornado Cash, ha fatto temere a zkSNACKs un’azione simile contro di loro da parte delle autorità USA.
Il 2 maggio 2024 zkSNACKs ha preso una misura ancora più drastica, dichiarando la fine del supporto al servizio CoinJoin, chiudendo un capitolo chiave del wallet. Anche se Wasabi resta operativa per altre funzioni, la mossa è stata letta come un cedimento, ossia una vera e propria resa incondizionata alle pressioni regolamentari; una decisione che ha come ovvio lasciato molti utenti delusi e preoccupati per il futuro della privacy in Bitcoin.
Tutte queste fattispecie mostrano una tensione chiaramente crescente tra innovazione tecnologica e controllo statale. Tornado Cash è stato colpito direttamente come protocollo, con arresti e sanzioni, mentre Wasabi Wallet ha scelto di “auto-regolarsi” per evitare guai. Al centro c’è un dilemma piuttosto lacerante: fino a che punto i creatori di strumenti tecnologici sono responsabili dell’uso che ne faranno a distanza gli utenti? E quanto può spingersi lo Stato nel limitare la privacy senza soffocare la libertà? Tutte questioni sulle quali l’opinione pubblica dovrà vigilare molto attentamente, evitando che il legislatore prenda posizioni eccessive, per non dire dittatoriali.
Conclusioni
L’analogia tra quanto decritto e le vicende umane e imprenditoriali di Durov e Ulbricht appare piuttosto lampante, e i rispettivi rilasci, per quanto avvenuti con tempistiche e dinamiche radicalmente differenti, segnano un momento di riflessione sul rapporto tra tecnologia, libertà e responsabilità in un mondo dove la privacy comincia ad avere un ruolo determinante per la vita del singolo e delle collettività.
Nel “villaggio globale digitale” queste storie ci ricordano che l’innovazione tecnologica è un’arma a doppio taglio: può emancipare, ma anche destabilizzare e mettere in luce le profonde contraddizioni di un mondo in cui le guerre e le carneficine coperte dal potere possono risultare impunite a scapito di condanne esemplare mosse a danno di singoli capri espiatori, che pagano più per la loro intelligenza e capacità di anticipare il futuro che per effettive colpe riconoscibili dal buonsenso, prima ancora che dalle normative.
Resta da vedere se Durov e Ulbricht saranno ricordati come pionieri o “cautionary tales”, o forse come entrambe le cose. Sta di fatto che l’intera comunità crypto si è in materia già opportunamente pronunciata, con un verdetto che il lettore potrà facilmente immaginare.
Filippo Albertin