E’ ancora record per Piazza Affari dopo che nella seduta di oggi l’indice FTSE MIB ha superato per la prima volta nella sua storia i 54.000 punti. Soltanto da qualche seduta aveva chiuso sopra i 53.000 punti, mentre nel maggio scorso era tornato ai massimi del 6 marzo 2000, impiegando così ben 26 anni per cancellare le perdite da allora. Si tratta del principale indice azionario alla Borsa Italiana, che raggruppa le prime 40 società quotate per capitalizzazione. Svettano in testa alla classifica Unicredit con 129 miliardi, Intesa Sanpaolo con 121 miliardi e a seguire troviamo ENEL (102), Ferrari (83) ed ENI (70).
Piazza Affari da record, ma poche grandi società
Questi pochi numeri già ci forniscono un’idea di massima sulla situazione di Piazza Affari, che vede le prime 5 società del listino principale incidere per oltre il 40% della capitalizzazione del suo intero mercato azionario. Una concentrazione eccessiva, che ci segnala già due cose. La prima è che le banche fanno la parte del leone a Milano; la seconda, che persiste un forte peso delle società controllate dallo stato come nel caso di ENEL, ENI, Leonardo, STm, ecc.
Azioni italiane restano “a sconto”
In totale, Piazza Affari capitalizza non meno di 1.210 miliardi di euro, valendo più del 50% del PIL nominale. Per quanto sia in forte crescita da anni, resta indietro rispetto a tutte le altre principali borse mondiali. La dimostra il rapporto tra prezzi e utili, che da noi risulta ancora inferiore a 16, mentre a Parigi si avvicina a 20 e in Germania e Regno Unito supera il valore di 18, mentre negli Stati Uniti è superiore a 27. Cosa significa? Le azioni in Italia sono trattate a sconto rispetto alle loro concorrenti all’estero. Continua a colpire il cosiddetto “rischio Paese”, che genera un altro fenomeno indesiderato: la fuga delle società all’estero o la quotazione direttamente sui mercati all’infuori dell’Italia.
Numero di società in forte calo da inizi 2000
Sono 416 le società quotate a Piazza Affari, di cui 195 sul mercato principale (Euronext Milan). Erano 297 nel 2000, oltre un centinaio in più, per cui la perdita è stata del 34% dall’inizio del secolo. Perché questo succede? Una società non trova conveniente quotarsi in Italia, dato che sa già in partenza che in media il suo titolo verrebbe prezzato meno che se si quotasse altrove. Ciò genera un circolo vizioso, dato dal fatto che meno solo le società a Milano e più basso il peso che i provider internazionali assegnano alla nostra borsa, con la conseguenza di farvi affluire minori capitali, anche attraverso la gestione passiva con gli ETF. E a sua volta, ciò deprime le quotazioni italiane nel confronto internazionale.
Boom trainato dalle banche
Negli ultimi anni, però, questo incantesimo sembra iniziare a svanire. Piazza Affari ha messo a segno una crescita di circa il 110% nell’ultimo lustro, trainata essenzialmente dalle banche con un ottimo +335%. E questo è accaduto, paradossalmente, con il rialzo dei tassi di interesse. Per molti anni la Banca Centrale Europea aveva tenuto i tassi a zero o persino negativi per sostenere le aspettative d’inflazione e le economie dell’Eurozona. Si pensava che ciò avrebbe favorito in misura particolare l’Italia, gravata da un alto livello di debito pubblico. In realtà, la crescita del nostro PIL è rimasta inchiodata allo zero virgola e per quanto riguarda il mercato azionario, le cose si erano messe di male in peggio, tanto che dopo la pandemia la capitalizzazione complessiva risultava dimezzata rispetto ai valori record toccati ad inizio secolo.
Il rialzo dei tassi ha sostenuto i profitti delle banche, un comparto trainante di Piazza Affari, come dicevamo all’inizio dell’articolo. Gli istituti sono riusciti, non soltanto in Italia, a registrare maggiori margini d’interesse prestando denaro alle imprese e alle famiglie. Nel frattempo, poi, hanno accresciuto i ricavi dai servizi, differenziando il business e allentando la dipendenza dall’attività caratteristica, per cui hanno continuato a chiudere bilanci da record anche con il taglio dei tassi avviato a metà del 2024. E in borsa, naturalmente, il loro boom è proseguito fino ad oggi.
Bitcoin meno scoppiettante nell’ultimo quinquennio
Fatto sta che chi avesse investito un quinquennio fa su Piazza Affari, adesso potrebbe cantare vittoria su quanti avevano eventualmente optato per investire in Bitcoin. La criptovaluta più popolare al mondo segna solo un +45% nel periodo, sebbene sia sostanzialmente dimezzata rispetto ai massimi toccati nell’ottobre scorso. La ripresa del nostro mercato azionario si deve anche a fattori specifici come la stabilità politica di cui stiamo godendo in questi anni dopo una lunga stagione di instabilità caratterizzata da governi deboli e poco duraturi. I titoli del debito pubblico sono stati promossi dalle agenzie di rating e lo spread si è ridotto fin sotto i 60 punti all’inizio dell’anno, un dato mai visto dal 2008. I capitali stranieri sono tornati a puntare sui BTP, ma anche sulle azioni tricolori.
Piazza Affari gravata da rischio Paese e Tobin Tax
Il fatto che le azioni italiane restino comparativamente “a sconto” può contenere un duplice messaggio per gli investitori. Anzitutto, che il rischio Paese non è svanito del tutto. Resta una minima preoccupazione per un’economia che continua a crescere poco, mentre detiene il più alto debito pubblico d’Europa in rapporto alle sue dimensioni dopo la Grecia. Il secondo va nella direzione opposta: se la percezione di affidabilità si rafforzasse anche nei prossimi anni, quel gap con le altre borse mondiali sarebbe destinato a colmarsi. C’è da dire che i rischi percepiti stanno aumentando per le altre economie come Francia o la stessa Germania. Appare obiettivamente poco giustificabile imporre ai titoli di Piazza Affari uno sconto rispetto ad una situazione europea non più così distante dalle condizioni macro italiane.
Da migliorare c’è senz’altro il clima a favore del business, che in Italia resta culturalmente ostile. Basti pensare alla zappa che ci siamo dati sui piedi con l’introduzione dal 2013 della “Tobin Tax“, ossia un’imposta sulle transazioni finanziarie. Il governo ha raddoppiato le aliquote da quest’anno, portandole allo 0,20% sui mercati regolamentati e allo 0,40% “over the counter”. Questo balzello si è confermato perfettamente inutile ai fini di contrastare la “speculazione”, mentre ha ridotto la liquidità delle negoziazioni, amplificando la volatilità dei prezzi e, paradossalmente, garantendo agli investitori speculativi maggiori margini di guadagno operando sul nostro mercato azionario. Non a caso, la Germania dopo averla proposta nel decennio passato in sede europea, non l’ha mai introdotta per la sua Borsa di Francoforte.