Ci sono diverse notizie in questo inizio di settimana ad impattare sulla curva di petrolio. La prima è di ieri. L’OPEC+ ha deciso che aumenterà la produzione di 188.000 barili al giorno dal mese di agosto. La decisione è stata presa da Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, cioè membri ufficiali del cartello e principali partner esterni. La seconda è arrivata inattesa nelle sue dimensioni. Riad ha annunciato per il prossimo mese consegne per i clienti asiatici a prezzi in calo di 11 dollari al barile per il suo Arab Light rispetto al mese in corso. Infatti, è passata da un premio di 9,50 dollari sulla media dei prezzi di Oman e Dubai ad uno scontro di 1,50 dollari. Il mercato si aspettava un taglio più contenuto, nell’ordine dei 6-8 dollari. E’ stato il più alto dal 2000, fatta eccezione per il periodo della pandemia.
Curva di petrolio da backwardation a contango
L’insieme di queste notizie e non solo ha fatto sì che la curva di petrolio (Brent) sia passata da una condizione di estrema “backwardation” dei mesi passati a una di leggero “contango”. In effetti, ad aprile le consegne a 1 mese erano arrivate a costare fino a 35 dollari in più rispetto ai contratti stipulati per le consegne a 12 mesi. Era la fase drammatica della chiusura di Hormuz e il mercato aveva fame di greggio, mostrandosi disposto a comprarlo anche a prezzi altissimi pur di averlo fisicamente quanto prima. Attualmente, invece, il Brent consegnato tra 12 mesi è scambiato solo fino a un massimo di 35 centesimi in più rispetto alle consegne a 1 mese. Il segnale è chiaro: con la riapertura di Hormuz, la fame di greggio è svanita. Anzi, ora c’è il problema opposto di un’offerta persino eccessiva.
Tutto questo ci sembra in contraddizione con i passi compiuti dall’OPEC, che ricordiamo essere un cartello petrolifero a tutti gli effetti e guidato dall’Arabia Saudita. Da un decennio a questa parte, dall’esterno collabora la Russia, secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti. Le apparenze possono ingannare. Il fatto è che l’OPEC è tutt’altro che un’entità unita al suo interno. A fine aprile e con un preavviso di appena 48 ore, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro addio dopo quasi 60 anni. Motivo? Vogliono estrarre più petrolio senza chiedere permesso a nessuno. In un solo colpo, l’organizzazione ha perso uno dei suoi principali produttori con un’offerta quotidiana di 3,39 milioni di barili prima della guerra in Iran.
Eccesso di offerta minaccia l’OPEC
Nelle settimane scorse, il nuovo primo ministro iracheno Ali Falih Kadhim al-Zaidi ha minacciato di fare lo stesso se non fosse consentito a Bagdad di adeguare le proprie estrazioni al suo peso economico e demografico in seno all’OPEC. L’Iraq produceva 4,5 milioni di barili al giorno prima della guerra in Iran e punta nel breve a salire a 5 milioni con l’obiettivo di medio-lungo termine dei 7 milioni. Ma un’offerta più elevata significa prezzi internazionali più bassi. Non a caso, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha stimato nelle scorse settimane un eccesso di offerta per il 2027 in media di circa 5 milioni di barili al giorno.
I sauditi si stanno trovando dinnanzi ad una scelta difficile, sebbene per loro non sia la prima volta. Da un lato, hanno la necessità di tenere alti i prezzi, dato che ancora hanno entrate fiscali per gran parte legate al settore petrolifero. Dall’altro, devono stare attenti a non perdere quote di mercato, cosa che avverrebbe se alcuni dei loro rivali aumentassero la produzione, soddisfacendo quote di domanda, specie in Asia. E’ stato così nell’ultimo ventennio a tutto vantaggio delle compagnie americane, che hanno aumentato quasi triplicato la produzione a 13,5 milioni di barili al giorno grazie allo “shale” e portandosi in testa tra i fornitori globali.
“Guerra” dei prezzi per punire Abu Dhabi
La storia insegna che quando c’è da ingaggiare una battaglia per mantenere o espandere le proprie quote di mercato, la prima vittima sono i prezzi. Aumentando l’offerta, sauditi e russi sperano di colpire i diretti rivali, ora come ora rappresentati da Abu Dhabi. A quotazioni calanti, diverrebbe per loro sconveniente investire per aumentare le estrazioni. L’obiettivo sarebbe duplice: “educare” gli altri membri dell’OPEC al rispetto delle regole, mostrando loro cosa possa accadere nel caso in cui decidessero di seguire l’esempio degli Emirati Arabi Uniti.
La curva di petrolio non è solo passata da una condizione di forte “backwardation” a una di “contango”; essa si è anche sgonfiata, nel senso che lungo le scadenze i barili oggi vengono tradati a prezzi calanti rispetto alle settimane precedenti. Per le consegne a 1 mese, il Brent tratta a 72-73 dollari, ma si è avvicinato ai 70 dollari nelle ultimissime sedute. Il WTI tratta ormai stabilmente a meno di 70 dollari. Questo eccesso di offerta, destinato probabilmente ad aumentare nei mesi prossimi, sta contribuendo già a raffreddare l’inflazione attesa presso le economie importatrici. In Italia, ad esempio, le previsioni a medio-lungo termine sono scese da poco più del 2% a poco più dell’1,50% in poche settimane. I rendimenti obbligazionari sono scesi anch’essi, sebbene siano rimasti sopra i livelli pre-bellici a causa della restrizione monetaria già avviata dalla Banca Centrale Europea e prospettata dagli altri principali istituti.
Curva di petrolio sgonfia buona notizia per i bond
Con una curva di petrolio inclinata positivamente e più bassa nel complesso, il discorso può cambiare presto. Man mano che il mercato toccasse con mano un’inversione di tendenza per l’inflazione globale, la sconterebbe nei prezzi dei bond. Ad oggi, è atteso un secondo rialzo dei tassi di interesse nell’Eurozona, anche se probabilmente non più a fine luglio, bensì non prima di settembre. Tra l’altro, il taglio dei prezzi sauditi non è stato soltanto tattico. Rifletterebbe una domanda cinese debole, oltre che un’offerta abbondante. La Cina è stata in grado di tagliare i consumi di petrolio di 1,5 milioni di barili al giorno in un paio di mese puntando sulle energie rinnovabili. Dalla sua, ha il possesso delle materie prime per tendere alla decarbonizzazione.
E questo dato risalta un mutamento strutturale del mercato: la crisi di Hormuz avrebbe accelerato la fuga dagli idrocarburi, un po’ come avvenne dopo le crisi del 1973 e del 1979. La curva di petrolio potrebbe risultare ancora più inclinata da qui a qualche mese, frutto di una domanda insufficiente e a fornitori a caccia di clienti per svuotare gli stoccaggi nel Golfo Persico stracolmi dopo 100 giorni di stretto chiuso alla navigazione.