L’economia tedesca è da anni al palo e uno dei simboli della Germania, la casa automobilistica Volkswagen, ha da poco prospettato 100.000 licenziamenti nel mondo. Le sole esportazioni non bastano più per fare andare avanti la (ex) “locomotiva d’Europa” e così il cancelliere Friedrich Merz cerca di cambiare strategia, mettendo nel mirino niente di meno che il cambio cinese. Intervenendo oggi ad una conferenza in un’università tedesca, ha sostenuto la necessità di tenere colloqui “urgenti” con Pechino per discutere della questione. Già a luglio, in occasione del dibattito sul bilancio comunitario, aveva posto l’accento sul tema, spingendo la connazionale e presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a definire “non sostenibile” il deficit commerciale di “1 miliardo al giorno” con la Cina.

Cambio cinese manipolato per esportare di più
I dati non lasciano margine al dubbio. La Cina sta spiazzando quel che resta dell’industria europea. Nel 2025, l’interscambio commerciale con l’Unione Europea si è concluso con un deficit per noi di 360 miliardi di euro. A fronte di esportazioni verso Pechino per 200 miliardi, abbiamo importato merci cinesi per 560 miliardi. Al 31 marzo scorso, il dato annualizzato sul deficit saliva a quasi 370 miliardi. E la Germania incide per un quarto dell’intero disavanzo: 90 miliardi contro i poco più dei 23 miliardi del 2005. La scommessa dei governi tedeschi di puntare sulla Cina per conquistare i mercati internazionali e far andare avanti l’economia domestica trainata dalla domanda estera si è rivelata persa. I cinesi hanno conquistato i consumatori tedeschi, ma non viceversa.
In effetti, le auto tedesche vendute in Cina sono diminuite a 3,9 milioni di unità nel 2025 contro le 4,6 milioni del 2019, l’anno precedente il Covid. Viceversa, le auto cinesi vendute in Germania sono esplose da poche unità a 70.000 nello stesso periodo, pur incidendo ancora per il 2,4% delle vendite complessive. Ancora meglio è andata per i costruttori del Dragone nell’intera UE: da appena 15.000 e una quota di mercato prossima allo zero a 1.000.000 di vetture e per una quota di mercato salita fino all’8%. Ci sono senza dubbio alcuni fattori critici a giocare a favore dell’economia asiatica, tra cui l’abbondanza delle materie prime, tra cui quelle indispensabili per la transizione energetica, il basso costo del lavoro e i sussidi statali.

Merz invoca un nuovo Accordo di Plaza
Quest’ultimo punto è stato espressamente citato da Merz nel suo discorso di oggi. Ma c’è anche la manipolazione del cambio cinese a destare da molti anni sospetti e veleni nel mondo. Pensate che già nel 2005 l’amministrazione americana di George W. Bush pose il problema e cercò di introdurre una cosiddetta “clausola sociale” per evitare che le imprese americane dovessero competere con rivali dai costi assai inferiori anche per il mancato rispetto dei diritti sindacali, sulla sicurezza e ambientali. Merz compie un passo in avanti, forse anche fiutando l’aria a favore che arriverebbe da Washington sul punto, invocando un secondo “Accordo di Plaza“.
Nel 1985, l’allora presidente americano Ronald Reagan cercò di reagire all’apprezzamento del dollaro, in particolare a vantaggio dello yen giapponese, riunendo i banchieri centrali delle prime 5 economie mondiali (oltre agli USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania e Giappone) per concordare con loro una svalutazione del cambio. Funzionò nel ridare fiato alla bilancia commerciale degli Stati Uniti, ma non a lungo. Gli squilibri macroeconomici sottostanti avrebbero mandato in rosso il saldo americano in maniera definitiva. Fare riferimento a Plaza, tuttavia, risulta anti-storico. Il mondo è assai diverso da quello degli anni Ottanta. Allora, si ritrovarono attorno allo stesso tavolo i leader delle principali economie mondiali e tutti appartenenti allo stesso blocco geopolitico. Insomma, fu un accordo tra alleati. La Cina è la seconda economia mondiale e a capo di fatto di un blocco geopolitico composito, che quasi sfiora la metà del PIL mondiale.
Ma rievocare Plaza può servire a fare pressione sul presidente Xi Jinping, affinché risolva autonomamente il problema della manipolazione del cambio cinese. In che modo esso avviene? La valuta asiatica non è pienamente convertibile ed esistono due suoi tassi di cambio contro le valute straniere: uno onshore, ossia sul mercato domestico, e uno offshore, cioè sul mercato estero. Per quanto la domanda e l’offerta giochino un ruolo crescente nella fissazione dei tassi di cambio, ad oggi i dettagli rimangono un segreto. Ogni giorno, la Banca Popolare Cinese fissa una parità attorno alla quale lo yuan si può muovere verso il basso e verso l’alto.
Cina in deflazione strisciante con tassi bassi
Non è facile capire nel breve periodo se il cambio cinese sia oggetto di manipolazione e in quale misura. La Cina vive da tempo in una fase di deflazione strisciante, per cui è costretta a tagliare i tassi di interesse per sostenere i prezzi domestici. Questa politica monetaria ultra-espansiva deprime lo yuan, mettendo i capitali in moto alla ricerca di impieghi più proficui all’estero. Un fatto che confonde le acque, anche perché il sostegno alla domanda aggregata interna è nell’interesse dello stesso Occidente, costituendo la condizione necessaria per consentire alla Cina di transitare da un’economia votata alle esportazioni ad una maggiormente dipendente dai consumi delle famiglie. Questi valgono ancora meno del 40% del PIL contro una media del 55% in Europa e quasi il 70% negli Stati Uniti.

Sul cambio cinese possibile accordo USA-Europa
Al di là di tutto, il fatto che sia la Germania ad avere portato avanti l’idea di una trattativa sul cambio cinese è la conseguenza di un cambio di paradigma impensabile fino a pochi anni fa. I tedeschi sono consapevoli che l’amministrazione Trump può riprendere in ogni momento il discorso sui dazi contro le merci europee e giocano d’anticipo, offrendo a Washington un accordo anti-cinese fortemente sollecitato da tempo dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Va in questa direzione la recente sottoposizione dei piccoli pacchi provenienti dalla Cina e sotto i 150 euro ai dazi di 3 euro per ciascun articolo per categoria merceologica. Ricalca una misura simile adottata agli inizi dello scorso anno dagli Stati Uniti e che ha posto fine alle esenzioni doganali fino a 800 dollari.
Il clima tra Europa e Cina è cambiato, a dispetto della narrazione che continua a sussistere nel nostro continente e che vede in Pechino l’alternativa (impossibile) a Washington sul piano commerciale. Il cambio cinese è solo una delle tante distorsioni alimentate dal regime comunista ai danni delle produzioni straniere e che consistono in sussidi agli eccessi di offerta e al loro dirottamente coattivo sui mercati internazionali, con la conseguenza di deprimere i prezzi dei produttori concorrenti e di provocarne, in alcuni casi, esiti fatali. Se ne accorse già a fine 2015 l’allora presidente Barack Obama, quando impose dazi a tre cifre sull’acciaio cinese per reagire alle pratiche di dumping di Pechino.