La riunione del Consiglio dei Governatori di giovedì 29 ottobre è andata come da previsione: la Banca Centrale Europea (BCE) ha lasciato i tassi di interesse invariati nell’Eurozona. Ma l’ultimo board tutto è stato fuorché rituale. Ancora prima che fosse resa nota la decisione sulla politica monetaria, l’istituto annunciava con un comunicato formale le dimissioni della presidente Christine Lagarde a decorrere dal prossimo 7 febbraio. Il suo mandato sarebbe dovuto scadere tra un anno, sebbene già da mesi fosse uscita l’indiscrezione circa un suo possibile addio anticipato.
Dimissioni di Lagarde in vista delle elezioni in Francia
Lagarde ha giustificato la propria scelta con la volontà di dire la sua sulla politica in Francia nei prossimi mesi, in previsione delle elezioni presidenziali di aprile-maggio. Da capo della BCE avrebbe dovuto mantenere quella “neutralità” a cui rinuncerà per poter partecipare al dibattito pubblico. Quanto ai tassi, rimangono fermi ai livelli decisi a settembre: 2,50% sui depositi delle banche presso la BCE, al 2,65% sui prestiti principali e al 2,90% sui prestiti marginali. Secondo l’istituto, i rischi stanno aumentando “al rialzo” per l’inflazione e “al ribasso” per la crescita nell’Eurozona.
Nuovo rialzo dei tassi a dicembre
Sempre Lagarde, in conferenza stampa, ha fatto presente che, in un certo senso, i mercati starebbero facendo parte del lavoro spettante alla BCE reclamando maggiori rendimenti per i titoli di stato. Questi sono aumentati dello 0,35% in media rispetto alle previsioni di settembre. In ogni caso, ha prospettato una nuova stretta sul credito per la fine dell’anno. A meno di un’improbabile inversione di rotta marcata per i dati sull’inflazione da qui ad allora, cosa su cui aleggia molto scetticismo per via del contesto geopolitico e dei suoi riflessi sul caro energia.
Addio in un momento complicato per l’Eurozona
Tornando alle dimissioni di Lagarde, fu Karl Schwab nella primavera dello scorso anno a lanciare la bomba. L’economista tedesco disse allora di avere discusso con la numero uno della BCE una sua uscita anticipata “nei primi mesi del 2027” per farle assumere la guida del World Economic Forum, organizzazione con sede a Ginevra, Svizzera, e che ogni anno riunisce il gotha della finanza, dell’industria e della politica mondiale a Davos. Ed è molto probabile che questa sia la reale motivazione dietro la scelta della francese.
Il tempismo non è stato perfetto. Lagarde lascia la BCE in un momento molto delicato per l’Eurozona. L’inflazione è in forte crescita nell’area con il petrolio (Brent) tornato a 115 dollari al barile e il gas europeo sopra 100 euro per Mega-wattora alla Borsa di Amsterdam. Non sarà facile trovare il giusto equilibrio tra stabilità dei prezzi e tutela dell’economia. E già c’è fin troppa tensione tra e all’interno dei governi nazionali. Litigano sul prossimo bilancio comunitario, devono fronteggiare la forte opposizione dell’opinione pubblica al riarmo, fare i conti con l’aumento dei costi di emissione del debito e al contempo sono stretti tra i dazi dell’amministrazione Trump e le minacce alla sicurezza territoriale della Russia.
BCE a rischio politicizzazione
L’aspetto più grave di questa vicenda risiede nel fatto che la BCE venga percepita all’infuori dell’Eurozona come un ente di transizione, magari nell’attesa di (tornare a) fare politica. Il predecessore di Lagarde, Mario Draghi, dopo avere completato il mandato si mise alla guida del governo italiano. Per quanto si diede un profilo “tecnico”, anche il nostro ex presidente del Consiglio finì involontariamente con il dare l’immagine che Francoforte sia un trampolino di lancio per cariche più prestigiose, anziché essere essa stessa una carica prestigiosa. Soprattutto, diventa sempre più difficile credere che le decisioni di politica monetaria non si prestino alla politicizzazione, se gli ultimi due governatori si sono dopo buttati nella mischia politica o hanno annunciato di volerlo fare.
Un aspetto non secondario di questa vicenda riguarda la Francia. Lasciando l’incarico in anticipo, Lagarde consentirà al presidente uscente Emmanuel Macron di negoziare con gli altri capi di stato e di governo il successore. In questo modo, sottrarrà la decisione dalle mani della probabile vincitrice Marine Le Pen, candidata sovranista e acerrima nemica delle istituzioni comunitarie. Questo dato, tuttavia, ci dice che Francoforte si è di fatto schierata a favore di una posizione politica contro un’altra, perdendo quell’aura di neutralità che dovrebbe sempre caratterizzare una banca centrale.
Francia “protetta” dopo Lagarde?
E, soprattutto, chi verrà dopo Lagarde quale atteggiamento avrà nei confronti della crisi fiscale francese? I rendimenti decennali degli Oat hanno chiuso la settimana al 5% e con uno spread sui Bund di 165 punti base, nonché di 45 punti con i BTp. Con l’avvicinarsi delle elezioni, rischiano di salire ulteriormente fino al punto da richiedere un sostegno della BCE. Una connazionale alla guida dell’Eurotower avrebbe dato quasi certamente una mano, mentre non è così scontato che possa accadere con un governatore dal profilo differente, magari eletto grazie alle indicazioni dei governi del Nord Europa, da sempre ostili ad intervenire a favore di questo o quel mercato sovrano.
Anche su questo fronte, poi, si aprirebbe il dubbio che la BCE possa intervenire o meno sulla base di ragionamenti non prettamente tecnici, bensì politici. Essendo stata involontariamente schierata da Lagarde contro la probabile vincitrice delle prossime elezioni in Francia, l’eventuale attivazione dello scudo anti-spread verrebbe evitata per dissuadere l’elettorato dal votare “male” alla vigilia del voto o per punirlo dopo? Già da tempo e all’interno dello stesso istituto si erano diffusi malumori nei confronti della numero uno, accusata dai suoi dipendenti di argomentare troppo di questioni non strettamente attinenti al suo mandato, ossia di politicizzare la sua carica. Fu il risultato di un sondaggio condotto nel 2024 e che continua a pesare sul curriculum di Lagarde.
Sarà interessante verificare quale sarà la reazione dei mercati nelle prossime settimane, man mano che emergerà il profilo del successore di Lagarde. In corsa vi sono l’ex governatore olandese Klaas Knot e l’ex spagnolo Pablo Hernandez de Cos, quest’ultimo attuale presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali. Il primo è maggiormente gradito ai “falchi” del Nord Europa, il secondo alle “colombe” del Sud. Proprio la Francia con il suo peso politico potrà fare la differenza, schierandosi con l’uno o l’altro candidato. Parigi potrebbe appoggiare paradossalmente Knot o un altro nome gradito al Nord per portare a casa la nomina del capo-economista. Bisogna vedere se gli investitori vedrebbero questa linea come coerente con la necessità di difendere gli Oat.