Brasile, i mercati non hanno preso bene l’ennesima rielezione di Lula

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La notte tra domenica e lunedì si è consumata una tragedia in Brasile per il candidato conservatore Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair (in carcere per sedizione) e dato vincente per quasi tutti i sondaggi della vigilia. Il ballottaggio per le elezioni presidenziali si è concluso con la vittoria del presidente uscente di sinistra Inacio da Silva, detto Lula. Con meno del 52% dei consensi ha ottenuto il quarto mandato (non consecutivo), mentre il suo avversario è fuggito con la famiglia a Miami dopo che un giudice gli aveva ordinato di consegnare il passaporto.

Reazione furiosa dei mercati alle elezioni in Brasile

La reazione dei mercati è stata violenta. L’indice IBOVESPA ha chiuso le contrattazioni di lunedì in crollo verticale del 17%. Dai 205.083 punti di venerdì scorso, in queste ore viaggia sui 170.760 punti. Non è andata meglio al cambio. Il reais perde oltre il 7% contro il dollaro, attestandosi ad un rapporto di 5,37 contro 4,99 della vigilia elettorale. E lunedì scambiava a 5,44, ai livelli più deboli dell’anno. Male anche per i titoli di stato. Il rendimento a 10 anni è salito dal 12,99% al 15,15% di oggi dopo avere toccato un massimo di quasi il 16%.

Tasso di cambio tra reais e dollaro

In poche ore si è dissolto quello che gli analisti avevano definito il “Bolsonaro trade”. I mercati avevano scommesso sulla vittoria del candidato di destra, il cui programma batteva su una ventata di liberalizzazioni, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e alle imposte e rilancio delle relazioni con Stati Uniti e Occidente. La svolta argentina in stile motosega di Milei non c’è stata. E’ stata bocciata al fotofinish dagli elettori, sebbene il Partito Liberale abbia parlato di brogli, pur successivamente riconoscendo la sconfitta.

Istituzioni divise: rischio di impasse

I sondaggi in Brasile davano ampiamente in testa Lula fino a questa estate. Ma dopo che era stata ufficializzata la candidatura di Bolsonaro e che la campagna elettorale era entrata nel vivo, i mercati iniziavano a crederci. E il primo turno aveva dato loro ragione con la sconfitta di Lula. Mai era avvenuto dal ritorno alla democrazia nel 1985 che un candidato arrivato secondo al primo turno vincesse il ballottaggio. E quanto sta accadendo alla Borsa di San Paolo, ai titoli di stato e al tasso di cambio è la cancellazione dei guadagni che erano stati maturati grazie alla febbre pre-elettorale. Il risveglio è stato brusco e si teme anche per una fase di scontro politico interno per effetto delle tensioni tra sinistra e destra.

In coincidenza con il primo turno, si era rinnovata l’intera Camera e un terzo del Senato. In entrambi i rami del Parlamento aveva vinto nettamente la coalizione di Bolsonaro. E questo dato si presta ora ad una doppia lettura. Da un lato, i mercati temono che possa portare alla paralisi legislativa. Dall’altro, la dissonanza tra governo e Parlamento può dissuadere Lula dal mettere in pratica misure economiche lesive della stabilità fiscale e negative per il settore privato. E’ stato per questo motivo che avevano puntato tutto su Bolsonaro.

Economia sudamericana in affanno fiscale

Il Brasile è la prima economia sudamericana con un Pil di 2.650 miliardi di dollari, pari a quasi 12.400 dollari pro-capite. Si tratta di un Paese emergente con tassi di crescita apparentemente con il freno a mano. E una delle cause sarebbe l’eccessivo assistenzialismo, che i governi di sinistra hanno messo in atto sin dai primi anni Duemila con Lula (2003-2011) prima e con Dilma Rousseff successivamente (2011-2016). Ciò ha portato all’esplosione del debito pubblico dopo che la cessazione del boom delle materie prime, nonché della spesa per interessi. Questa è altissima, assorbendo l’8-9% del PIL e incidendo per circa il 90% dell’intero disavanzo fiscale. Dato il rapporto debito/PIL intorno all’80%, ciò significa anche che il costo implicito supera il 10%. Con i rendimenti di mercati attuali, non potrà che salire, aggravando la situazione dei conti pubblici.

Con Lula sarà difficile che il Brasile stringa migliori relazioni diplomatiche e commerciali con Washington. Il presidente e leader del Partito dei Lavoratori guarda più ai BRICS, vale a dire all’alleanza con Russia e Cina. L’amministrazione Trump ha imposto sulle esportazioni dazi fino al 50%. Tutto lasciava supporre che le tensioni si sarebbero allentate con Bolsonaro, a beneficio sia delle imprese esportatrici che della crescita economica più in generale. La sfiducia dei mercati risulterebbe deleteria nel caso in cui portasse ad un ulteriore deprezzamento del cambio. Ciò innalzerebbe i costi delle importazioni e surriscalderebbe l’inflazione, che a settembre era al 4,58%. La banca centrale sarebbe costretta a rialzare i tassi di interesse dal 13,75% a cui li ha tagliati quest’anno, non senza l’intenzione di cedere alle pressioni del governo.

Tassi e inflazione in Brasile

Brasile senza riforme: mercati impazienti

E una stretta monetaria avrebbe un impatto negativo diretto sulla spesa per interessi. Dovete sapere che oltre la metà del debito pubblico in Brasile risulta emesso indicizzato ai tassi, con la conseguenza che quando essi salgono, il costo delle cedole ne risente immediatamente. Tra l’altro, il fatto che la banca centrale debba tenere il costo del denaro di oltre 9 punti percentuali sopra il livello corrente dell’inflazione segnala la grande difficoltà nel centrare la stabilità dei prezzi. Non può permettersi cedimenti o finirebbe con il provocare la fuga dei capitali, quando già i fatti di questi giorni segnalano che gli investitori stranieri starebbero lasciando il Paese.

Vedremo nelle prossime settimane se si sarà trattato del semplice disfacimento del “Bolsonaro trade” o se il Brasile stia perdendo la fiducia dei mercati con un’ennesima vittoria di Lula. Il segnale che arriva dalle urne, a parte le accuse di brogli da provare, è che l’assistenzialismo sia così radicato, specialmente nel Nord-Est del Paese, da riuscire a ribaltare ogni sondaggi in pochi giorni. Lula ha vinto promettendo ancora più sussidi. Sua fu l’idea di una ventina di anni fa di istituire Bolsa Familia, un programma di aiuti alle famiglie più povere e quantificabile in quasi l’1,5% del PIL. Sarebbe stato molto difficile anche per Bolsonaro tagliare la spesa pubblica federale, in gran parte legata a voci incomprimibili come le pensioni e gli stipendi pubblici. Ma da lunedì sappiamo che non esiste neppure la volontà di farlo. Lula resta in sella fino ai prossimi 4 anni. E i mercati potrebbero essersi convinti di non volere più attendere così tanto prima di toccare con mano una qualche svolta.

 

 

 

 

 

 

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