Domenica scorsa, prima che iniziasse la nuova settimana sui mercati finanziari, Poste Italiane riuniva a sorpresa il Consiglio di Amministrazione per discutere, approvare e subito dopo annunciare il lancio di una Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio o OPAS sulle azioni TIM non ancora di suo possesso. L’operazione prevede l’emissione di 0,0218 nuove azioni proprie per ogni azione portata in adesione, oltre al pagamento di una componente cash pari a 16,70 centesimi di euro. Venerdì 20 marzo, il titolo della società guidata da Matteo Del Fante aveva chiuso a 21,45 euro e quello della compagnia telefonica a 0,58 euro. Di conseguenza, quest’ultimo veniva valorizzato prima della riapertura delle borse di lunedì a 0,63461 euro, a premio di oltre il 9% rispetto all’ultima quotazione di mercato.
OPAS di Poste su azioni TIM: reazione del mercato
Oggi, al termine della seduta a Piazza Affari i due titoli quotavano rispettivamente 20,08 e 0,60 euro. Il primo risulta in calo del 6,4% e il secondo in rialzo del 3,4% rispetto a poco prima dell’annuncio. L’OPAS di Poste valorizza complessivamente TIM per 13,40 miliardi di euro. Essa sarà valida a patto che l’istituto riesca a possedere il 66,67% a seguito dell’operazione. Un obiettivo non così complicato da raggiungere, visto che parte già da un ottimo 24,81%. Infatti, nel febbraio dello scorso anno annunciava la rilevazione della quota posseduta da Cassa depositi e prestiti, che a sua volta era entrata nel capitale dell’ex monopolista sin dal 2018 e al fine di costruire una posizione in grado di insidiare l’allora socio di controllo Vivendi.
CDP nel capitale TIM dopo blitz anti-Vivendi
Dopo avere fatto ingresso in TIM con quasi il 10% del capitale rilevato dalla società controllata dal Tesoro, Poste Italiane acquisiva un ulteriore 15% dall’azionista francese, che a seguito dello scorporo della rete ha preferito uscire dal capitale e, sostanzialmente, ponendo fine alla sua “campagna d’Italia” conclusasi in perdita e con un forte insuccesso sul piano industriale. Da ricordare che oltre un decennio fa, essa fece un blitz in Mediaset nel tentativo di arrivare a scalare la media company della famiglia Berlusconi. Finì a carte bollate e con un “congelamento” della partecipazione superiore al 10% detenuta dalla Simon Fiduciaria.
Postim colosso delle telecomunicazioni
L’OPAS costerebbe a Poste fino a 10,8 miliardi nell’ipotesi iniziale, di cui solamente 2,8 miliardi attraverso un esborso cash. Nelle prime giornate di contrattazione dopo l’annuncio, il mercato si è perfettamente allineato alle valutazioni dell’operazione. Infatti, al momento il concambio tra azioni Poste e TIM, incluso il pagamento in contanti, esita un rapporto esattamente pari a quello desiderato dall’operatore postale. L’obiettivo finale consiste nel conquistare il controllo di diritto della compagnia, così da arrivare all’integrazione tra le due società e alla nascita di un nuovo colosso delle telecomunicazioni di nome Postim. Esso parte nel complesso da una generazione di ricavi per 26,9 miliardi di euro, un Ebitda o reddito operativo di 4,8 miliardi, oltre 13.000 uffici postali e 4.000 punti vendita TIM e ben 150.000 dipendenti.
Poste ritiene che possano generarsi sinergie per 700 milioni di euro. Tra l’altro, i ricavi aumenterebbero di 200 milioni all’anno grazie alla capacità di vendita capillare sul territorio nazionale dei servizi telefonici di TIM attraverso la rete degli sportelli di Poste. Se l’OPAS andasse in porto, nascerebbe ufficialmente un nuovo soggetto delle telecomunicazioni sotto il controllo statale. Poste stessa è una società controllata per il 54,26% dallo stato, di cui il 29,26% dal Tesoro e il restante 35% di Cassa depositi e prestiti. Come potete notare, quest’ultima è uscita dalla finestra ed è rientrata dal portone principale attraverso la sua controllata.
Flop privatizzazione del 1997
L’eventuale aggregazione tra Poste e TIM con l’OPAS porrebbe fine a quasi tre decenni di privatizzazione. La vendita dell’ex SIP e poi Telecom Italia a soggetti privati avvenne nell’autunno del 1997 e si rivelò in pochi anni fallimentare. L’obiettivo era più che corretto, vale a dire vivacizzare il mercato delle telecomunicazioni e far sì che i capitali privati finanziassero l’ingente piano di investimenti allora necessario per sviluppare la telefonia mobile e i servizi internet. Tuttavia, gli acquirenti si limitarono a speculare e scaricare di volta in volta i rispettivi debiti sulla compagnia, che nell’arco del tempo finì per diventare spagnola sotto Telefonica e dopo ancora francese con Vivendi.
Scorporo della rete
Da due anni la rete, cioè l’infrastruttura in rame e fibra, non appartiene più a TIM. Il governo ha puntato sulla separazione dal servizio, attraverso la sua controllata CDP. Ne è nata FiberCop, una società a capo dell’asset e controllata al 37,8% dal fondo americano Kkr, dai fondi ADIA e CPPIB al 17,5% ciascuno, dal Tesoro al 16% e F2i all’11,2%. L’obiettivo di questo spin-off è consistito nell’accrescere la concorrenza, così da mettere tutti gli operatori in condizioni di parità nell’accesso alla rete, nonché di sviluppare gli investimenti nella fibra ottica per potenziare i servizi cloud e l’economia digitale in generale. Non meno importante è stato allontanare la famiglia Bolloré dalla plancia di comando, in quanto considerata ostile agli interessi nazionali dell’Italia.
OPAS di Poste: nuova struttura del capitale
Se tutti gli azionisti di TIM consegneranno i loro titoli a Poste per aderire all’OPAS, questa dovrà emettere 372 milioni di nuove azioni, che rappresentano il 22,17% del suo capitale sociale (inclusa la nuova emissione). Lo stato, che controlla TIM attraverso CDP al 24,81% e Poste al 54,26% tra la stessa CDP e Tesoro, diverrebbe il principale socio della nuova entità con una partecipazione complessiva del 55,5% (32,74% CDP e 22,77% Tesoro). Ai prezzi attuali di borsa, i due soggetti aggregati varrebbero poco meno di 40 miliardi.
I tempi dell’OPAS di Poste non saranno immediati, anche se il closing è atteso entro fine anno. Servono vari passaggi regolamentari per ottenere le dovute autorizzazioni. L’iter in borsa partirebbe tra tarda primavera ed estate. Non è escluso un aumento delle valutazioni per ingolosire gli azionisti di TIM, specialmente se il premio dovesse trasformarsi nelle prossime settimane più o meno stabilmente in uno sconto rispetto al prezzo implicito dell’operazione. E’ accaduto di recente con la scalata di Monte Paschi di Siena su Mediobanca, quando la prima dovette rompere gli indugi e convertire l’OPA in OPAS con l’aggiunta di una componente in contante per attirare le adesioni, che puntualmente arrivarono copiose fino a determinare il successo dell’iniziativa. Rispetto al caso appena citato, però, le due società non sono in contrasto per la semplice ragione che il controllante è uno: lo stato italiano. Detto in maniera molto semplice, stiamo assistendo a un soggetto che compra sé stesso.
