La ripresa dell’argento spiegata anche da un indice azionario asiatico

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Dopo avere toccato i massimi storici sopra 120 dollari l’oncia, il tracollo nelle settimane seguenti era stato brutale e inatteso in tali dimensioni. Le quotazioni internazionali erano quasi arrivate a dimezzarsi, mentre l’oro cedeva un quarto del suo valore al picco di fine gennaio. Ma la ripresa dell’argento c’è e si nota in queste ultime sedute. Considerato il metallo prezioso minore del giallo, il suo monitoraggio quotidiano sfugge spesso alle stesse cronache finanziarie. Era sprofondato a poco più di 67 dollari a fine seduta del 23 marzo scorso, che sul piano storico rappresentavano pur sempre prezzi superiori ai massimi storici prima degli ultimi mesi. Ieri, chiudeva a 75,85 dollari: +13% dal punto più basso.

Quotazioni dell'argento (in dollari per oncia)

Ripresa dell’argento ancora parziale

A questi livelli, il silver resta lontanissimo dal suo record di appena tre mesi e mezzo fa. Ci vorrebbe un ulteriore boom del 60% per tornare a quei livelli. Tuttavia, è già positivo che la ripresa dell’argento stia avvenendo in concomitanza a quella dell’oro e potenzialmente potrebbe offrire agli investitori soddisfazioni ancora maggiori. I due metalli sono accomunati da alcune dinamiche socio-economiche, ma mostrano anche alcune differenze relativamente alla composizione della rispettiva domanda. L’oro è perlopiù un bene di investimento a tutto tondo, mentre l’argento ha una componente molto legata alla produzione di beni industriali. Spiccano l’elettronica di consumo e, più di recente, energie rinnovabili (vedi pannelli solari e batterie per auto elettriche) e Intelligenza Artificiale.

Ci soffermeremo su quest’ultima. Prima, dobbiamo premettere che il rapporto tra oro e argento, che ai rispettivi massimi di inizio anno era crollato a 46, ieri si attestava a 62,60. Un livello superiore al 56,25 di fine febbraio, prima che scoppiasse la guerra in Iran. Ne dedurremmo che la ripresa dell’argento rispetto al periodo immediatamente pre-bellico sia stata solo parziale. Di fatti, servono più once per arrivare ad una del metallo giallo. Ed in effetti è stato così. Ma quanto segnala la Borsa di Corea, deve essere colto come una possibile occasione di ingresso sul mercato.

Boom azionario in Sud Corea

Molti di voi avranno letto o sentito nei mesi più recenti circa il boom azionario sudcoreano. L’indice KOSPI era salito ai massimi storici a fine febbraio, segnando un’esplosione del 50% rispetto all’inizio dell’anno, cioè in meno di due mesi. Un trend che si spiega con il fatto che le società quotate in questo listino hanno a che fare perlopiù con l’IA e la tecnologia più in generale. Pensate che la sola Samsung pesava al picco il 40% dell’intera capitalizzazione del mercato sudcoreano, seguita da SK Hynix. Insieme, superavano la metà del valore del listino complessivo.

Borsa di Corea

E perché questo boom? L’IA è da anni in fermento e negli ultimi tempi si stanno moltiplicando gli investimenti per potenziare quella che è considerata a tutti gli effetti la tecnologia capace di farci compiere un nuovo salto sul piano economico e non soltanto. La Corea del Sud e le sue società sono attrattive riguardo alla dislocazione di data center, che si alimentano con enormi quantità di energia e per la cui creazione è necessario l’impiego non marginale di argento. Quando è scoppiata la guerra in Iran, i prezzi di petrolio e gas sono esplosi e hanno mandato in fumo molte certezze relative proprio all’IA. Poiché produrre data center è già più costoso, gli investitori hanno temuto e continuano a temere che ciò avrà ripercussioni negative sull’effettiva implementazione degli investimenti già stanziati e la realizzazione di nuovi. Da cui il crollo azionario.

Legame tra ripresa dell’argento e Borsa di Corea

Ma il KOSPI si è ripreso. Non è ancora tornato ai massimi di un mese e mezzo fa, ma gli manca meno dell’8% per riuscirci. Ed è questo il segnale importante per capire se la ripresa dell’argento possa proseguire o meno. La risalita azionaria è coincisa con il cessate il fuoco tra USA e Iran, siglata martedì scorso e traballante poche ore dopo. Da oggi partono i colloqui ufficiali tra le parti a Islamabad, capitale del Pakistan. La speranza è che finalmente il regime islamista riapra al transito dello Stretto di Hormuz. Solo così l’offerta di petrolio e gas risalirà e i loro prezzi scenderanno. Ciò allevierebbe i timori sui prezzi dell’energia, che stanno particolarmente a cuore all’industria legata all’IA.

La ripresa dell’argento è legata a doppio filo e in modo persino ambiguo a questi scenari futuri. In qualità di componente per i data center, tutto ciò che ne incentiva la produzione ne sostiene le quotazioni internazionali. Dunque, se Hormuz riapre è un fatto positivo per il metallo grigio. Tuttavia, non perdiamo di vista il ruolo storico assolto insieme all’oro, pur in misura minore: tutela dall’inflazione. Quando c’è instabilità dei prezzi, il mercato corre alla ricerca di asset che non si deprezzino e che, anzi, possano migliorare il loro valore nel tempo. Sebbene l’oro sia più azzeccato allo scopo, essendo richiesta una quantità fisica modesta per l’impiego di capitali anche copiosi, l’argento segue a ruota. Man mano che il primo rincara, diventa anch’esso relativamente appetibile.

Qualsiasi scenario potenzialmente positivo per il silver

Dunque, nel caso avverso in cui Hormuz restasse chiuso al transito delle navi mercantili per diverse settimane o mesi, la ripresa dell’argento in sé non risulterebbe intaccata. E’ vero che con la guerra i metalli preziosi hanno ripiegato vistosamente. A pesare sono stati il rafforzamento del dollaro e il balzo dei rendimenti obbligazionari. La prospettiva di tassi di interesse più alti spinge il mercato a lasciarsi una porta aperta per acquistare bond nel prossimo futuro a prezzi più bassi e rendimenti più alti. Ciò distoglie gli investimenti dai metalli. Tuttavia, in una fase di stagflazione conclamata questi ultimi tornerebbero a guadagnare appeal. Non è detto che le banche centrali contrasteranno il carovita con efficacia, specie in una condizione di precarietà geopolitica.

La ripresa dell’argento, così come quella dell’oro del resto, resta legata all’andamento futuro dei tassi globali reali. Se l’inflazione media salisse del 2% e i tassi si limitassero a lievitare dell’1%, in termini reali risulterebbero dell’1% più bassi di oggi. E questo farebbero tornare alla carica gli investitori a caccia di beni rifugio. Ma c’è un’ultima parte di questa intricata vicenda a rendere più brillanti le prospettive per il silver: in un contesto di prezzi dell’energia stabilmente alti, aumenterebbe la domanda di energie rinnovabili, altro comparto trainante la domanda per questo metallo. La Cina accelera già la sua transizione energetica per minimizzare la dipendenza da chicchessia. Sembra quasi che l’argento abbia un buon futuro in qualsiasi scenario.

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