Euro debole contro il dollaro, ai minimi da 13 mesi e malgrado la riapertura di Hormuz

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Hormuz sta riaprendo gradualmente alla navigazione delle petroliere, il prezzo di petrolio e gas è tornato sostanzialmente ai livelli precedenti alla guerra tra Stati Uniti e Iran, ma l’euro resta debole nei confronti del dollaro USA. Nel corso di questa settimana, il suo tasso di cambio è arrivato a scivolare fino ad un minimo di poco superiore a 1,1320, che è anche stato il livello più basso degli ultimi 13 mesi. A volerla dire dire tutta, è il biglietto verde ad essersi apprezzato nella media contro le valute mondiali principali ai massimi dal maggio dello scorso anno. E può sembrare un paradosso, ora che la domanda di “safe asset” sui mercati internazionali si riduce con l’accordo di pace in fase di negoziazione tra le parti. Il dollaro si sarebbe dovuto indebolire, anziché rafforzarsi.

Euro debole con tassi FED attesi in rialzo

Come spesso capita, la realtà è più complessa di come la si tenta di semplificare con descrizioni veloci. E’ vero che la guerra sia finita, salvo imprevedibili sorprese da parte del presidente americano Donald Trump. Restano, però, le sue conseguenze. Una di esse è l’inflazione, che negli Stati Uniti a maggio è salita al 4,2%, ai massimi dal mese di aprile del 2023. Ancora l’inflazione “core”, al netto di prodotti energetici e generi alimentari freschi, è risalita al 2,9% e ai livelli più alti dal settembre dello scorso anno. Nel mantenere i tassi di interesse fermi a giugno, il nuovo governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha usato toni da “falco” riguardo alla sua politica monetaria nel breve termine. Il mercato ne ha dedotto una possibile stretta entro i prossimi mesi, contrariamente alle previsioni delle settimane precedenti.

Inflazione USA

I rendimenti americani a 2 anni si sono portati sopra il 4%, viaggiando nelle scorse ore intorno al 4,07% contro il 4,15% di ieri. Considerato che i tassi ufficiali siano fermi da dicembre al 3,50-3,75%, questo significa che il mercato si aspetta un aumento dello 0,25% e sconta con probabilità minime un secondo della stessa entità entro l’anno. Viceversa, nell’Eurozona l’inflazione è sì salita considerevolmente sopra il target del 2% a maggio, attestandosi al 3,2%; d’altra parte, la Banca Centrale Europea (BCE) ha già annunciato un primo rialzo dei tassi dello 0,25% e con la riapertura di Hormuz può evitare una stretta dura, tant’è che il Bund a 2 anni offre poco più del 2,50%, scontando un secondo e ultimo aumento entro dicembre.

C’è una differenza sostanziale tra Stati Uniti ed Eurozona. L’economia americana continua a crescere a ritmi soddisfacenti, mentre il PIL nell’area si era già contratto dello 0,2% nel primo trimestre e potrebbe confermarsi in recessione nel secondo. Se l’inflazione desse qualche segnale di rallentamento già in estate, Francoforte ne approfitterebbe per non calcare troppo la mano, consapevole che le condizioni dell’economia siano poco buone. Dunque, se fino a poche settimane fa avevamo un’Eurozona con prospettive di tassi in forte aumento e Stati Uniti con tassi fermi, adesso sembra che lo scenario si stia quasi ribaltando. La minore divergenza monetaria attesa da qui ai prossimi mesi rispetto alle precedenti aspettative sta rendendo l’euro debole contro il dollaro.

Rendimenti in rialzo colpiscono anche i metalli

Ricordiamoci che i capitali affluiscono verso le economie con tassi più alti, per cui si stanno dirigendo in questa fase negli States a caccia di rendimento. E queste previsioni stanno colpendo anche i metalli preziosi, che sono notoriamente beni rifugio. L’oro è crollato fin sotto i 4.000 dollari in settimana, quando nel gennaio scorso aveva segnato l’ennesimo record a poco meno di 5.600 dollari l’oncia. Sorte ancora peggiore per l’argento, che è passato in pochi mesi dal record di 121 dollari fino ai 56-57 dollari delle ultime sedute. Tassi americani più alti rafforzano il dollaro, rendendo i metalli più costosi per coloro che li acquistano all’infuori degli Stati Uniti. Inoltre, l’aumento dei rendimenti obbligazionari riduce il loro appeal, trattandosi di asset senza cedole. Il rapporto tra oro e argento, precipitato a 46 a fine gennaio di quest’anno, è risalito fino a quasi 70 nelle ultime sedute, segnalando un deterioramento delle condizioni macroeconomiche globali.

Pensate che a gennaio il cambio tra euro e dollaro si era portato a 1,20 e che ad aprile, subito dopo che gli Stati Uniti chiusero Hormuz e accelerarono così i tempi per costringere l’Iran a negoziare, aveva sfiorato 1,18. L’euro tende a mostrarsi debole ogni volta che un evento di natura economica o geopolitica riduce le prospettive di crescita per l’Eurozona. Accadde così anche con la guerra in Ucraina, che fece sprofondare il cambio contro il dollaro da 1,13 a 0,96 in pochi mesi. Anche se la BCE alza i tassi per reagire all’inflazione, i capitali tendono a defluire dall’area per il percepito rischio di instabilità finanziaria e politica. Ciò ha molto a che fare anche con la natura ibrida dell’unione monetaria, che non coincide con un’unica realtà statale. La governance si mostra confusa, inefficiente e scarsamente capace di reagire prontamente agli shock esterni o interni stessi.

Vantaggi e costi per l’Eurozona

Un euro debole diventa problematico per la BCE, in quanto segnala una possibile inflazione importata. Per quanto non siamo dinnanzi a variazioni violente e repentine, sarebbe pur sempre stato preferibile uno scenario rialzista per placare gli aumenti dei prezzi al consumo. Dall’altra parte dell’Atlantico, poi, le pressioni della Casa Bianca sulla FED di Warsh per ottenere un taglio dei tassi al più presto si stanno riducendo. Forse, si tratta di una strategia comunicativa di Trump per evitare di indisporre nuovamente i mercati e subire il più classico degli effetti boomerang. Fatto sta che la credibilità della prima banca centrale del mondo per il momento sembra salva e ciò contribuisce a rafforzare il dollaro contro le altre valute mondiali.

Un effetto potenzialmente positivo dell’euro debole, unitamente allo disfacimento dei dazi trumpiani da parte della Corte Suprema, può consistere nell’aumento delle esportazioni, specie verso gli Stati Uniti. Sarebbe un impulso alla crescita del PIL, a fronte di una domanda interna aggregata relativamente sottotono nell’area. Ma in era Trump, un trend del genere porterebbe quasi automaticamente a nuove tensioni commerciali, sebbene molto dipenderà dall’esito delle prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre per il rinnovo del Congresso.

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