Venerdì 7 agosto, l’indice S&P 500 ha chiuso in rialzo dello 0,62% a 7.765 punti, segnando un ennesimo massimo storico a Wall Street. E l’apparente paradosso è che ciò è avvenuto a seguito della pubblicazione di dati negativi per il mercato del lavoro americano nel mese di luglio. “Bad news is good news” per i mercati, molto spesso. Nello specifico, le probabilità di un rialzo dei tassi USA per settembre si sono ridotte drasticamente dopo che è emersa la debolezza dell’occupazione stelle e strisce.
Niente rialzo dei tassi USA a settembre?
I posti di lavoro non agricoli sono diminuiti di 23.000 unità, mentre il consensus era per una crescita di 80.000. E per giugno è stata effettuata una revisione al ribasso da 129.000 a 63.000 (-69.000). Nell’istruzione pubblica il numero degli occupati si è ridotto di 50.000 unità, nel commercio di 19.000, mentre nella sanità l’incremento è stato solamente di 22.000. Anche la crescita delle retribuzioni orarie è risulta inferiore al +3,5% annuale atteso: +3,2% a 32,40 dollari contro i 32,36 dollari di giugno (+0,6% mensile). In leggero calo il tasso di disoccupazione dal 4,2% al 4,1%.

Nel complesso, quindi, cosa possiamo trarre da questi dati? Il mercato del lavoro americano sta rallentando. E il grafico ci racconta di un deterioramento che va avanti da mesi. L’ultimo dato significativamente robusto risale al marzo scorso, che è anche il primo mese di inizio della guerra contro l’Iran e che non aveva ancora risentito delle tensioni geopolitiche più di tanto. Questo fatto riduce i timori sul surriscaldamento dell’inflazione e dà una mano alla Federal Reserve per allontanare un rialzo dei tassi USA. Il nuovo governatore Kevin Warsh è costretto a fare la voce grossa sull’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi dopo che il tasso di crescita dei prezzi al consumo nella prima economia mondiale risulta essere sopra il target del 2% da 64 mesi consecutivi. In cuor suo, però, sa che una manovra monetaria restrittiva lo metterebbe in conflitto con la Casa Bianca e creerebbe tensioni sui mercati finanziari, i quali temono di perdere accesso all’immensa liquidità che ancora in questa fase circola e tiene alte le valutazioni degli asset.
Attesa una sola stretta entro l’anno
Dopo che i dati sul lavoro sono stati pubblicati, il mercato ha sensibilmente ridotto le scommesse su un rialzo dei tassi USA a settembre. Le probabilità sono scese sotto il 45% e cosa ancora più interessante, adesso sconta una sola stretta entro l’anno. Fino a poche sedute prima, gli investitori credevano ad almeno un paio di aumenti e con la prospettiva di un terzo entro dicembre. Per questa ragione, il dollaro ha perso vigore contro le altre principali valute mondiali, chiudendo contro l’euro in calo dello 0,32% a 1,1558. I capitali tendono a dirigersi, infatti, verso i mercati con i tassi di interesse attesi più alti e dove, quindi, possono essere impiegati per offrire maggiori rendimenti.

Uscita dal conflitto con l’Iran più vicina?
Il dato di luglio ha un effetto politico non secondario sull’amministrazione Trump. Per mesi l’inflazione americana era salita (salvo arretrare al 3,5% a giugno) anche a seguito del caro energia alimentato dalla guerra con l’Iran, ma perlomeno il mercato del lavoro lasciava intendere che lo stato dell’economia presso la superpotenza mondiale fosse in condizioni ancora solide. Adesso, questa narrazione inizia a vacillare. E il presidente dovrà affrontare una difficile campagna elettorale in vista del rinnovo del Congresso a novembre con un’opinione pubblica già in larga parte contraria alla guerra persino a destra. Il calo dell’occupazione lo convincerebbe ad accelerare l’uscita dal conflitto, così che lo Stretto di Hormuz possa riaprire al più presto e portare a un calo stabile delle quotazioni di petrolio e gas.
L’alternativa per la Casa Bianca sarebbe il rischio stagflazione: economia in panne con prezzi al consumo fuori controllo. Il peggio che possa accadere a un governo in carica e sotto elezioni. Questa considerazione starebbe influendo sulle stesse aspettative del mercato riguardo ai tassi USA: poiché cresce la voglia di cessare le tensioni nel Medio Oriente, si ridurrebbero le probabilità di quotazioni dell’energia alte ancora a lungo e con esse di una risalita dell’inflazione verso livelli ancora più lontani dai target delle banche centrali. Ovviamente, la cronaca bellica ora dopo ora può spesso portarci a sospettare del contrario, sebbene dobbiamo sempre distinguere tra azioni e dichiarazioni di breve periodo e trattative più o meno sottobanco tra le parti.
Rendimenti USA: piccoli segnali dopo i dati sul lavoro
Tassi USA probabilmente meno elevati di quanto il mercato avesse immaginato hanno ridotto di poco i rendimenti a lungo termine dei Treasury. Il decennale offriva ancora il 4,65% a fine seduta di venerdì scorso. A dire il vero, neppure il rendimento a 2 anni scendeva granché, attestandosi al 4,20%. Questo secondo dato confermerebbe la previsione dell’obbligazionario per un paio di rialzi dello 0,25% entro il breve termine. Sostanzialmente invariato sopra il 5,20% il Treasury a 30 anni. Sono tutti movimenti che si spiegano nel seguente modo: la politica monetaria ha un impatto diretto sui rendimenti a breve, mentre i rendimenti lunghi sono manovrati più che altro dall’inflazione attesa e dai rischi sovrani.
Può accadere, quindi, che nelle prossime settimane i rendimenti lunghi americani (e non solo) resteranno alti o continueranno a salire, mentre quelli a breve termine si contrarranno sulle aspettative di un rialzo dei tassi USA meno intenso. In altri termini, la curva dei Treasury potrebbe diventare più ripida. Non sarebbe una buona notizia per la Federal Reserve, perché oltre certi livelli ciò può segnalare che abbia perso il controllo del tratto lungo, ossia delle aspettative d’inflazione. Un fatto molto serio per una qualsiasi banca centrale, a maggiore ragione se sei Atlanta e riferimento globale per i mercati e le altre istituzioni finanziarie.
Con tassi USA attesi meno alti, rifiatano le criptovalute
Da notare che il mercato delle criptovalute si è un po’ ripreso. Bitcoin è risalito sopra 65.000 dollari per la prima volta in due settimane. Non è difficile capire perché: tassi USA verosimilmente inferiori alle attese terranno elevata la liquidità sui mercati, favorendo gli asset più rischiosi e colpendo, invece, il mercato obbligazionario. Lo stesso oro è salito ai massimi da due mesi sopra 4.340 dollari l’oncia, segnalando di credere che i rendimenti globali saranno un po’ più bassi di quanto scontato nelle settimane passate. Il prossimo dato che darà forza o smentirà questa convinzione, sarà quello relativo all’inflazione americana nel mese di luglio. Un prosieguo della discesa confermerebbe il rinvio della stretta, viceversa aumenterebbe la confusione in piena estate.
