Bitcoin ai massimi da 2 settimane con la guerra in Iran: il segnale del mercato crypto

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Lo scoppio della guerra in Iran ha messo le ali al mercato delle criptovalute, con Bitcoin ad essere salito nella giornata di oggi fin sopra 69.400 dollari e ai massimi dallo scorso 15 febbraio. Un trend apparentemente in contrasto con le premesse a cui siamo stati abituati in questi mesi. Le tensioni geopolitiche non farebbero bene ai token digitali, in quanto riducono l’appetito per il rischio. E questo è un asset rischioso nella percezione comune, ragione per cui tende ad andare bene proprio quando sui mercati si respira un’aria di relativa calma.

Bitcoin in rialzo con la guerra in Iran

In questi giorni stiamo avendo una smentita. Bitcoin era prima crollato a poco più di 63.000 dollari nella mattinata di sabato (ore italiane), cioè proprio in coincidenza con l’annuncio dell’attacco di USA e Israele all’Iran. Nelle ore successive è arrivata la ripresa, consolidatasi nel pomeriggio odierno. Prima di capire perché, dobbiamo avere idea di quale sia la valenza di questi accadimenti nel Medio Oriente. Questo è stato un lunedì negativo per le borse asiatiche ed europee, mentre Wall Street in serata ha quasi colmato del tutto le perdite e viaggia sul filo della parità. Al contrario, sono andati giù i bond e i relativi rendimenti sono risaliti lungo la curva delle scadenze. Il Treasury a 10 anni offre al momento il 4,05% contro il 3,96% di venerdì sera.

Rischio inflazione con il caro petrolio

In effetti, il petrolio è rincarato fino al 10% oggi. Un barile di Brent si compra sui mercati internazionali sopra i 79 dollari dai 72,50 dollari della chiusura dell’ultima seduta pre-attacco. C’è il timore che l’Iran impedisca il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz, un canale dal quale passa circa un quinto dell’intero greggio mondiale ogni giorno e un terzo di quello trasportato via mare. Se accadesse, l’offerta collasserebbe e i prezzi esploderebbero e trascinerebbero al rialzo tutti i costi di produzione e, infine, l’inflazione. Un film che abbiamo visto pochissimi anni fa con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Per quanto abbiamo fin qui scritto, la guerra in Iran rischia di rinfocolare l’inflazione. Le banche centrali disporrebbero di minori margini per tagliare i tassi di interesse. Questa prospettiva deprimerebbe proprio le criptovalute, in quanto esse tendono a beneficiare di un contesto caratterizzato da ampia liquidità sui mercati. Tant’è che i loro prezzi implosero dalla fine del 2021 fino al 2023, cioè proprio quando gli istituti prima segnalarono e dopo attuarono l’aumento del costo del denaro. E allora perché Bitcoin sta salendo?

Incertezza sulla reazione delle banche centrali

Stiamo dimenticando che questo asset nacque nel 2009 proprio per reagire all’estremo accomodamento monetario delle banche centrali. Il suo fantomatico inventore Satoshi Nakamoto intese così sfidare le istituzioni internazionali, che al tempo erano impegnate a salvare le banche private con i denari dei contribuenti e iniettando enormi masse di liquidità sui mercati per impedire l’attecchimento di una temuta depressione economica. Alla lunga, Bitcoin si rivelò una scommessa vincente per proteggere i risparmi dal carovita. Se i primissimi scambi avvennero su internet tra nerd dediti ai giochi online per pochissimi centesimi di dollaro, nell’ottobre scorso arrivarono al record storico di circa 125.000 dollari.

Negli ultimi mesi, le quotazioni si sono dimezzate dai massimi per il timore che la ripresa dell’inflazione negli Stati Uniti (e non solo) legasse le mani alla Federal Reserve e tenesse alti i tassi di interesse. Alla luce di quanto sta accadendo in Iran, ci saremmo aspettati un nuovo tonfo e, invece, le quotazioni si sono riprese un po’. Un’apparente contraddizione, che si spiegherebbe con il prevalere di un clima di incertezza non soltanto per la stabilità dei prezzi al consumo, ma anche circa l’atteggiamento che terranno gli istituti e i governi: in clima bellico, contrasteranno l’inflazione con efficacia o terranno i tassi reali a livelli molto bassi o persino inferiori rispetto ai livelli attuali?

Determinante la durata della guerra

Il segnale che il mercato delle crypto starebbe lanciando, sarebbe il seguente: l’inflazione può salire e non è detto che lo farebbero altrettanto i tassi. I governi troveranno più complicato inasprire le condizioni monetarie per due ragioni. In primis, per non urtare un’opinione pubblica nel bel mezzo di un conflitto che sta assumendo i connotati di una vera terza guerra mondiale. E secondariamente, perché essi stessi avranno la necessità di finanziare le spese militari in deficit. Ricordate quanto accade nei periodi di guerra: i debiti e l’inflazione aumentano.

Il disordine fiscale e quello monetario finirebbero per accrescere l’appeal di asset non manipolabili dalle banche centrali, mentre ridurrebbero quello dei bond e persino delle azioni con prezzi che si allontanerebbero dai fondamentali. La durata di questo conflitto nel Medio Oriente si rivelerà determinante per capire in quale direzione andranno i prezzi dei vari asset. Se fosse breve (qualche settimana) e non impattasse sulla transitabilità dello Stretto di Hormuz, tutto sommato avremmo danni limitati. Anzi, se il regime in Iran crollasse o evolvesse verso una leadership non apertamente ostile all’Occidente, potremmo assistere a un aumento dell’offerta globale di petrolio con la conseguente revoca delle sanzioni internazionali. Sarebbe una soluzione alla venezuelana.

Sorprendente la risalita di Bitcoin sull’Iran

Il caso più problematico e temuto è quello di una guerra prolungata, magari non necessariamente con molte vittime sul campo, ma con effetti per l’economia mondiale molto negativi. La chiusura dello Stretto di Hormuz non converrebbe allo stesso Iran, visto che si precluderebbe di esportare greggio e incassare dollari mentre ha più bisogno che mai di entrate per finanziare l’impresa bellica. Né gioverebbe affamare la popolazione fino a spingerla a ribellarsi e ad unirsi agli attacchi stranieri in corso. Bitcoin si gioverebbe forse più di questo secondo scenario, in quanto l’inflazione salirebbe e le banche centrali non riceverebbero con ogni probabilità quell’avallo informale dei governi per restringere le condizioni monetarie più di tanto.

C’è tanta confusione sotto il cielo. Sappiamo che l’offerta di petrolio è e resta abbondante, anche perché l’OPEC ha promesso che l’aumenterà da aprile di altri 206.000 barili al giorno. E già il mercato globale è caratterizzato da un deficit di domanda. Il problema consiste, come detto, nella difficoltà di trasportarlo dal Golfo Persico alle varie destinazioni in Asia e, in misura residuale, nei porti d’Europa. Fatto sta che la reazione positiva di Bitcoin alla guerra in Iran ci suggerisce che la percezione del mercato circa questo o quell’asset non sia scolpita sulla roccia, suscettibile ad adattarsi alle condizioni specifiche del momento.

 

 

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