Blockchain e banche: un rapporto da sempre convulso e cruciale… Per anni abbiamo raccontato Bitcoin e il mondo delle criptovalute come una sfida aperta al sistema finanziario tradizionale. Da una parte le banche, le banche centrali, i circuiti di pagamento tradizionali e la moneta fiat; dall’altra Bitcoin, Ethereum, le stablecoin, la finanza decentralizzata e le architetture a registro distribuito. Questa contrapposizione netta, tuttavia, sta rapidamente diventando obsoleta, e le ultime notizie lo confermano pienamente e definitivamente…
La notizia arrivata nei primi giorni di settembre 2026 lo dimostra meglio di qualsiasi previsione teorica. Ventuno grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno deciso di unirsi per creare una nuova società destinata a emettere una stablecoin denominata in dollari, con il lancio previsto nella prima metà del 2027. Tra i partecipanti figurano colossi come Goldman Sachs, Bank of America, Citi, Deutsche Bank, UBS, Santander, BBVA e Wells Fargo. Il progetto prevede inoltre di estendersi successivamente alle altre principali valute del G7, con l’euro indicato esplicitamente come priorità strategica. Non si tratta affatto di una notizia marginale per il settore. È la dimostrazione più evidente che la tecnologia blockchain sta diventando un’infrastruttura finanziaria di tipo mainstream. E, paradossalmente, questa trasformazione rende ancora più interessante il ruolo e la natura di Bitcoin.
Il momento in cui la banca ha smesso di guardare la blockchain da fuori
La prima cosa da comprendere è che queste banche non stanno semplicemente facendo il loro ingresso nel mercato delle criptovalute per speculare sui prezzi o offrire servizi di trading ai clienti retail. Stanno cercando di costruire una nuova e complessa forma di infrastruttura monetaria per il futuro.
Una stablecoin, nella sua forma più semplice, è un token digitale progettato per mantenere un valore stabile rispetto a una valuta tradizionale di riferimento. Nel caso specifico, un’unità digitale è pensata per rappresentare esattamente un dollaro statunitense. Ma la differenza rispetto a un normale dollaro depositato su un conto corrente bancario è fondamentale. Il dollaro bancario tradizionale vive all’interno dei sistemi contabili chiusi delle singole banche; per trasferirlo da un intermediario all’altro è necessario attraversare una complessa e talvolta lenta infrastruttura di pagamento, compensazione e regolamento.
Una stablecoin, invece, può essere trasferita direttamente su una blockchain compatibile in modo quasi istantaneo. Il denaro smette di essere una semplice voce contabile e diventa un oggetto digitale trasferibile, programmabile e direttamente utilizzabile da software aziendali e applicazioni terze. Ed è esattamente questa caratteristica strutturale a spiegare perché il settore bancario è sempre più interessato alla tecnologia blockchain per rinnovare la propria operatività.
Il denaro diventa software
La vera rivoluzione a cui stiamo assistendo non consiste nell’avere un banale dollaro in formato crypto. Consiste nel fatto che la moneta può iniziare a comportarsi esattamente come fa il resto delle informazioni che viaggiano su Internet.
Un token digitale può essere trasferito ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette, senza pause festive o orari di chiusura dei mercati. Può essere integrato all’interno di un’applicazione informatica, utilizzato in modo del tutto automatico da uno smart contract al verificarsi di determinate condizioni (basti pensare allo stesso token BHP di CryptoSmart, che controlla complesse attività di mining Bitcoin attraverso contratti intelligenti su Ethereum, al fine di erogare al cliente una rendita in oro digitale), oppure combinato con altri asset digitali per creare nuovi strumenti. In sintesi, può diventare la colonna portante di un processo finanziario interamente automatizzato.
La Commissione europea ha descritto questa prospettiva parlando dell’avvento di un vero e proprio “Internet of value”, ossia un sistema globale nel quale denaro e attività finanziarie possono essere trasferiti attraverso infrastrutture DLT riducendo drasticamente gli attriti nei pagamenti e nelle fasi di settlement, migliorando la gestione della liquidità e introducendo livelli di programmabilità finora impensabili.
Ed è qui che la questione diventa immensamente più grande rispetto al solo mercato delle stablecoin. Perché se il denaro diventa a tutti gli effetti digitale e programmabile, anche gli asset che quel denaro acquista quotidianamente possono seguire lo stesso destino. Azioni, obbligazioni, quote di fondi di investimento, titoli di debito, immobili e perfino materie prime: tutto può essere rappresentato attraverso token digitali. La blockchain cessa così di essere un semplice circuito di pagamento alternativo per trasformarsi nel vero e proprio sistema operativo di una porzione sempre più vasta della finanza globale.
Stablecoin, depositi tokenizzati e CBDC: tre cose diverse
In questo scenario è essenziale non confondere concetti che spesso vengono erroneamente sovrapposti o messi nello stesso calderone mediatico. Una stablecoin emessa da un consorzio bancario non è un deposito bancario tokenizzato. E nessuno dei due strumenti deve essere scambiato per una moneta digitale emessa da una banca centrale, nota come CBDC.
Un deposito tokenizzato rappresenta essenzialmente un deposito bancario esistente che viene trasferito in forma digitale su un’infrastruttura DLT, rimanendo ancorato al tradizionale sistema bancario a due livelli. Una stablecoin è invece un token emesso secondo un modello specifico di riserve e governance, ideato per mantenere stabile il proprio valore nel tempo. Una CBDC, infine, rappresenterebbe direttamente la moneta a corso legale della banca centrale.
La distinzione è cruciale perché dietro queste tre tecnologie si celano tre architetture completamente differenti del potere monetario. La domanda strategica non riguarda più soltanto la tecnologia da utilizzare, ma chi controllerà e gestirà l’infrastruttura sottostante quando il denaro sarà diventato a tutti gli effetti un software. Chi emette la moneta, chi custodisce le riserve, chi può congelare i fondi e chi stabilisce le regole del gioco sono le vere questioni in ballo.
Le banche stanno rispondendo a Bitcoin?
In un certo senso la risposta è affermativa, ma non nella modalità che molti osservatori della prima ora potrebbero immaginare. La stablecoin progettata dalle ventuno istituzioni finanziarie non rappresenta la resa delle banche di fronte a Bitcoin o la loro adozione diretta. Rappresenta piuttosto qualcosa di diverso e, sotto certi aspetti, ancora più profondo: l’accettazione definitiva da parte delle banche della logica economica e tecnologica che ha reso possibile Bitcoin.
Si riconosce che il denaro può essere nativamente digitale, che può viaggiare liberamente attraverso una rete di nodi, che può essere programmato tramite codice e che può circolare senza rimanere vincolato agli orari dei mercati tradizionali.
La differenza fondamentale tra i due mondi, tuttavia, rimane insuperabile. Una stablecoin bancaria conserva infatti l’elemento centrale che Bitcoin ha cercato deliberatamente di eliminare fin dal suo blocco genesi: l’emittente centrale. Dietro una stablecoin bancaria c’è sempre un’organizzazione, un consorzio, un sistema di riserve da verificare, una governance aziendale e un quadro regolamentare stringente.
Dietro Bitcoin non c’è alcuna banca che promette di rimborsare il possessore o di mantenere la parità con un’altra valuta. Non esiste un consiglio di amministrazione in grado di modificare arbitrariamente l’offerta monetaria complessiva o di svalutare la risorsa. Non esiste un emittente del quale debba essere verificata la solvibilità affinché la moneta mantenga la sua natura intrinseca. Questa divergenza concettuale rischia di diventare ancora più marcata e visibile proprio mentre la finanza tradizionale completa il suo trasferimento on-chain.
La prossima guerra sarà monetaria
La vera competizione dei prossimi anni potrebbe quindi non svolgersi più lungo la linea di frattura che separa le banche tradizionali dal mondo crypto. La battaglia decisiva si sposterà probabilmente tra diverse forme e concezioni di denaro digitale che si contenderanno la preferenza degli utenti e delle imprese.
Il dollaro e l’euro potrebbero essere rappresentati da stablecoin gestite da società fintech, consorzi bancari o singole istituzioni. Allo stesso tempo, le banche centrali continueranno a sviluppare forme di moneta digitale wholesale e retail basate su registri distribuiti per mantenere la sovranità monetaria. Lungo questa innegabile e chiara direttrice di sviluppo è chiaro che gli exchange diventeranno sempre più dei servizi globali di carattere para-bancario, con prodotti complessi e proposte sempre più competitive.
Nel frattempo, l’intero universo degli asset finanziari tradizionali verrà progressivamente tokenizzato per beneficiare dell’efficienza e della velocità di queste reti. In questo panorama affollato e altamente regolamentato, Bitcoin continuerà a rappresentare un’alternativa completamente diversa: un sistema monetario nativo digitale, scarso per definizione e privo di qualsiasi necessità di un emittente centrale o di un garante di ultima istanza. La domanda chiave cambia dunque forma, passando da un semplice dubbio sull’adozione della blockchain alla scelta consapevole di quale modello monetario si intende adottare.
E l’Europa?
La questione assume una dimensione geopolitica ed economica particolarmente interessante all’interno del contesto europeo. Sebbene il progetto promosso dalle ventuno istituzioni internazionali abbia individuato nel dollaro il proprio punto di partenza, è stato dichiarato in modo esplicito che l’euro rappresenterà una delle primissime priorità nelle fasi successive di sviluppo.
Nel frattempo, il continente europeo non è rimasto a guardare e sta strutturando una propria risposta coordinata per non perdere terreno strategico.
Un altro importante consorzio europeo, denominato Qivalis, ha riunito trentasette istituzioni finanziarie con l’obiettivo dichiarato di lanciare una stablecoin nativa in euro. Il progetto è stato presentato non solo come un’innovazione operativa, ma anche come un preciso tassello difensivo per contrastare lo strapotere e la predominanza statunitense nel settore dei pagamenti digitali e delle infrastrutture finanziarie globali.
Parallelamente, la stessa Banca centrale europea sta studiando con grande attenzione le modalità migliori per portare la moneta sovrana all’interno delle infrastrutture DLT. Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE, ha sottolineato a più riprese la necessità per l’istituzione di “andare on-chain” per evitare di perdere la propria centralità nel processo di trasformazione dei mercati. Attraverso iniziative strategiche come i progetti Pontes e Appia, la BCE sta infatti sperimentando soluzioni per integrare la moneta di banca centrale direttamente con i nuovi mercati finanziari tokenizzati. Il quadro generale che si compone è estremamente chiaro: il denaro sta inesorabilmente migrando verso le architetture blockchain, e la vera partita riguarda esclusivamente il controllo di questa nuova moneta.
Conclusioni
Ed è precisamente a questo punto della storia che Bitcoin acquista una dimensione del tutto nuova e inaspettata rispetto alle narrazioni del passato. Per molto tempo si è ingenuamente pensato che il successo della tecnologia blockchain avrebbe automaticamente comportato il successo e la diffusione globale di Bitcoin come unica valuta di riferimento. La realtà dei fatti sta mostrando un percorso differente e molto più articolato.
Le banche e le istituzioni finanziarie possono utilizzare e implementare le tecnologie blockchain senza dover toccare o adottare Bitcoin. Possono creare le proprie stablecoin ancorate alle valute fiat, possono tokenizzare i depositi bancari dei clienti ed emettere strumenti finanziari complessi direttamente su registri digitali. Le banche centrali possono perfino sviluppare infrastrutture DLT private e riservate per gestire i regolamenti interbancari in totale autonomia.
Tuttavia, è proprio questa imminente istituzionalizzazione della blockchain a mettere in risalto la proprietà intellettuale e filosofica più importante di Bitcoin. Bitcoin non è semplicemente una blockchain tra le tante su cui far circolare valute tradizionali modificate. È un sistema chiuso e coerente in cui la moneta stessa è nativamente digitale e la cui scarsità matematica non dipende dalle promesse, dalla solvibilità o dalla politica di un emittente umano.
Le banche stanno entrando nel mondo blockchain con il chiaro obiettivo di rendere immensamente più efficiente, rapido e programmabile il denaro che già emettono e controllano da secoli. Bitcoin, al contrario, è nato per permettere l’esistenza e la circolazione di un tipo di denaro neutrale che non deve e non può essere controllato da alcuna banca o governo. Si tratta di due traiettorie concettuali profondamente diverse che continuano a svilupparsi in parallelo e che, in futuro, potrebbero persino rivelarsi complementari all’interno del panorama globale.
Da un lato avremo un sistema finanziario altamente digitalizzato e interconnesso in cui dollari, euro, azioni, obbligazioni e depositi bancari saranno convertiti in token programmabili che circoleranno su infrastrutture blockchain private o pubbliche. Dall’altro lato continuerà a esistere Bitcoin, posizionato come un asset monetario globale, neutrale e indipendente da qualsiasi Stato, istituto di credito o sistema centrale di potere.
La domanda fondamentale per i prossimi decenni non sarà più se la tecnologia blockchain riuscirà ad penetrare nel mondo della finanza. Quell’interrogativo appare ormai ampiamente superato dalla realtà dei fatti e dai progetti già avviati dai maggiori colossi bancari del pianeta. La vera questione strategica sarà determinare chi deterrà il controllo del denaro una volta che ogni singola transazione sarà trasformata in codice software. Ed è proprio di fronte a questo interrogativo cruciale che Bitcoin continua a offrire una risposta radicale, immutabile e completamente alternativa a qualsiasi altra soluzione proposta dal sistema tradizionale.
Ecco perché rivolgersi oggi a un exchange regolamentato come CryptoSmart – ora anche con l’opzione del regime amministrato – fornisce la risposta piena e completa per una gestione lungimirante dei propri asset digitali. Una vera e propria alternativa alla finanza tradizionale, in un mondo in cui la medesima si sta avvicinando a quella decentralizzata in modo così rapido da non distiguere più i confini tra l’una e l’altra.
Filippo Albertin