In pieno agosto, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha reso un annuncio molto importante per il mercato obbligazionario e non solo: il raddoppio dei riacquisti dei titoli di stato USA a 30 anni. Le singole operazioni saranno elevate da 2 a 4 miliardi di dollari, ma potranno anche “ampiamente” superare il nuovo importo limite fissato. La decisione è stata comunicata dopo settimane di tensione per i bond americani, il cui tratto ultra-lungo della curva non era mai stato così generoso dai primi anni Duemila. Il Treasury a 30 anni è arrivato ad offrire in asta il rendimento più alto dal 2001, superando il 5,20%. E ancora oggi, malgrado l’annuncio, sul mercato secondario rende il 5,27%.
Titoli USA: riacquisti riducendo la liquidità
Pochi giorni fa, sempre Bessent è tornato sull’argomento e questa volta per chiarire che i riacquisti dei titoli USA avverranno attraverso l’utilizzo del Treasury General Account, ossia ricorrendo alle riserve di liquidità del Tesoro e attualmente stimate in 935 miliardi di dollari. In genere, queste operazioni vengono finanziate con l’emissione di T-Bills, titoli a breve termine. Qual è stata la ragione di questa precisazione? Washington sta cercando di convincere gli investitori sulla volontà di ridurre le dimensioni complessive dell’immenso debito pubblico americano, le cui dimensioni hanno superato già la soglia dei 40.000 miliardi di dollari per il solo livello federale.

Sostegno allo yen insufficiente
Poche settimane prima dell’annuncio, Bessent aveva cercato di ravvivare i titoli USA a lunga scadenza con un’altra operazione non ortodossa: l’intervento a sostegno dello yen. La valuta nipponica era precipitata ai minimi da 40 anni, sforando il cambio di 164 contro il dollaro. A fine luglio, il Tesoro autorizzava la Federal Reserve a dare vita ad un intervento congiunto insieme alla Banca del Giappone, il primo del genere dal 1998. L’obiettivo era triplice: stabilizzare l’umore sui mercati finanziari riguardo ad un alleato geopolitico strategico; impedire un eccessivo rafforzamento del biglietto verde ai danni delle esportazioni ed evitare che Tokyo si vedesse costretta a vendere titoli USA per sostenere il cambio.
Inflazione USA sempre alta
L’operazione di un mese fa, tuttavia, ha avuto un esito solo parzialmente positivo. Ha arrestato la discesa dello yen, ma non ha impedito che rimanesse nei pressi dei minimi dal 1986. Nel frattempo, il mercato ha continuato a pretendere rendimenti sempre più alti per i titoli USA a lunga e lunghissima scadenza. Diverse le ragioni di fondo. In primis, perché l’inflazione americana è sì scesa dal picco del 4,2% toccato a maggio, ma restando ben sopra il target del 2% per il 65-esimo mese consecutivo. A luglio, era ancora al 3,4%. Ciononostante, la FED del governatore Kevin Warsh non sembra intenzionata ad alzare i tassi di interesse quanto prima. Al contrario, in agosto i dati macro hanno diffuso la sensazione che possa persino evitare del tutto la stretta monetaria.

Rischi fiscali e guerra in Iran sostengono i rendimenti
I titoli USA a lungo termine risentono dell’inflazione attesa e dei rischi fiscali. E poiché la banca centrale non mostra interesse a placare la crescita dei prezzi al consumo, gli obbligazionisti stanno reagendo di conseguenza. Per non parlare dell’eccesso di offerta di debito americano. Ormai, il deficit federale ammonta a 2.000 miliardi di dollari ogni anno e con un’economia in moderata crescita. Ciò prospetta uno scenario ancora più cupo per quando dovesse arrivare una recessione del PIL. Nessuno dei due schieramenti sta ponendo attenzione alla necessità di mettere ordine ai conti pubblici. Lo stesso Office for Congressional Budget paventa il rischio di un rapporto tra debito e PIL prossimo al 200% entro un trentennio.
Infine, la guerra in Iran. L’amministrazione Trump non sa come uscirne e sembra in stato confusionale nelle trattative con il regime islamista. Più a lungo resta chiuso lo Stretto di Hormuz, maggiore il rischio di un surriscaldamento generalizzato dei prezzi al consumo. E questo significa anche la necessità per il mercato di proteggersi chiedendo rendimenti a lungo termine più alti, per i titoli USA e non. Peccato che ciò provochi conseguenze indesiderate sul piano politico: l’aumento del costo di emissione del debito – ergo, l’ulteriore allargamento del deficit – e il trascinamento al rialzo degli interessi per mutui e prestiti. Il primo impatta negativamente sui conti pubblici, il secondo sul settore privato. Tradotto: aria di recessione!
Corsa dell’oro dopo l’annuncio del Tesoro
I titoli USA a 30 anni entrano oggi nel mese di settembre con il periodo più prolungato di rendimenti alti dal 2007. L’annuncio sui riacquisti starebbe servendo almeno a porre un tetto ai rialzi, un fatto che va a beneficio anche degli omologhi europei. Tuttavia, stiamo parlando di politiche di corto respiro. Saranno i dati macro a far propendere il mercato o meno verso la richiesta di rendimenti ancora più alti. Nel frattempo, va notato che il prezzo dell’oro a seguito dell’annuncio di Bessent sia esploso a quasi 4.700 dollari per oncia, cioè ai massimi da maggio e segnando un +7,5% in poche sedute. La prospettiva di un tetto ai rendimenti ha messo le ali al metallo giallo, un asset senza cedola che tende ad apprezzarsi nelle fasi di crisi e di alta inflazione. Nella giornata odierna, la quotazione si aggira attorno ai 4.380 dollari.

Ma proprio l’andamento dell’oro andrebbe meglio attenzionato. I titoli USA non hanno reso di meno dopo l’annuncio sui riacquisti, anzi hanno continuato a salire. In teoria, ciò avrebbe dovuto ridurre l’appeal del “safe asset”, mentre è accaduto il contrario. Non viene difficile capire perché: la prima economia mondiale ha appena ammesso tra le righe di avere un problema di debito. L’espediente tecnico di fare eventuale ricorso alle disponibilità liquide del Tesoro non può rassicurare più di tanto, perché in ogni caso implica che il governo americano dovrà fronteggiare il brevissimo termine con minori scorte di dollari. In assenza di una drastica revisione fiscale, prima o poi si renderanno necessarie ulteriori emissioni di debito per finanziare queste operazioni.
Titoli USA: impatto sui rendimenti europei
In Europa, il boom dei rendimenti dei titoli USA interviene in una fase già delicata di suo con la prospettiva di un secondo rialzo dei tassi di interesse a settembre da parte della Banca Centrale Europea. Il BTP a 30 anni viaggia al momento a poco meno del 5%, livelli che si vedevano dall’autunno del 2023. Lo stesso decennale al 4,20% segna una lievitazione di oltre 90 punti base rispetto alla fine di febbraio, cioè immediatamente prima che iniziasse la guerra in Iran. L’allargamento dello spread rimane contenuto a meno di 85 punti base, trattandosi di una situazione generalizzata e non di una peculiarità negativa riguardante i conti pubblici italiani. Il Bund decennale con il 3,35% offre il massimo dalla primavera del 2011.