Con 7 voti a 1 e un’assenza eccellente – quella del governatore Kazuo Ueda per problemi di salute, che lo hanno costretto ad un ricovero ospedaliero – la Banca del Giappone ha annunciato nella giornata di martedì l’aumento dei tassi di interesse all’1%. Un +0,25%, che arriva dopo sei mesi dal precedente e porta il costo del denaro nel Sol Levante ai livelli che non si vedevano sin dal lontano 1995. E’ la fine di una lunga era, caratterizzata da interessi bassissimi nel tentativo di sfuggire a quel mix tra stagnazione economica e deflazione a cui Tokyo sembrava essersi abituata.
Tassi in Giappone su con l’inflazione
L’istituto ha preso atto del “ciclo rialzista” in corso dell’inflazione. In realtà, i prezzi al consumo nel mese di aprile risultano essere cresciuti dell’1,4%, sotto l’obiettivo del 2%. Della stessa entità l’inflazione “core”, cioè al netto di prodotti energetici e generi alimentari freschi, addirittura in forte rallentamento dall’1,8% di marzo. E allora perché questa stretta monetaria? La situazione è meno rosea di quanto appaia. Sin dall’ottobre scorso, appena insediata alla guida del governo, la premier Sanae Takaichi ha varato un piano di sussidi e sostegno all’economia per 21.300 miliardi di yen, pari a circa 115 miliardi di euro, con l’intento di calmierare i prezzi. Tra le misure risultate più efficaci la sospensione dell’imposta sul carburante e della retta scolastica alle superiori per tutti gli studenti.
Ma i prezzi alla produzione a maggio sono schizzati del 6,3%, trainati dal caro energia. Il Giappone importa quasi tutta l’energia che consuma ed è ampiamente dipendente dalle consegne del Golfo Persico, per cui molto esposto alla crisi di Hormuz di questi mesi. L’aumento dei tassi si è reso necessario per contrastare una tendenza di fondo, che altrimenti rischia di sfuggire di mano. Anche perché, pur all’1%, il costo del denaro resta bassissimo se confrontato con quello presso le altre grandi economie avanzate. Negli Stati Uniti è al 3,50-3,75%, nell’Eurozona al 2,25%, nel Regno Unito al 3,75%.
Yen debole rischio per l’inflazione domestica
Il confronto sui tassi pone il Giappone in una condizione di svantaggio, che si ripercuote sul suo tasso di cambio. Contro il dollaro servono più di 160 yen, mentre un anno fa meno di 145 e 5 anni fa appena 110. Il mese scorso, si sono resi necessari interventi sul mercato per sostenere lo yen. Più la valuta domestica s’indebolisce e più salgono i costi dei prodotti importati, con la conseguenza che l’inflazione lievita e riduce il potere di acquisto dei consumatori. Se finora la Banca del Giappone si è mostrata prudente sui tassi, è solo per il timore che possa scatenarsi una crisi fiscale. Il Paese ha un debito al 235% del PIL, accumulato proprio in decenni di tentativi di rianimare l’economia a colpi di spesa pubblica. Il suo costo di emissione è stato per molto tempo quasi nullo, mentre da qualche tempo inizia ad essere sostenuto. Ad esempio, i rendimenti a breve termine stanno tendendo all’1,50% e quelli lunghi sfiorano il 2,70%, mentre sul tratto ultra-lungo della curva si arriva già al 3,80%.

Svolta monetaria sfida per i mercati globali
Questo significa che man mano che il mastodontico debito pubblico nipponico viene rinnovato alla scadenza, il suo costo a bilancio tende a salire. E ciò impatta negativamente sui conti dello stato. Per fortuna, la banca centrale possiede più della metà dello stock e gli investitori domestici nel loro insieme il 90%. Tuttavia, la prima sta rallentando il ritmo degli acquisti mensili per iniettare sul mercato una minore liquidità e combattere anche tramite tale via l’inflazione. Questa svolta monetaria sta accrescendo i rischi finanziari per Tokyo, che aveva guidato il mondo verso la politica dei tassi negativi per un lungo periodo.
I flussi dei capitali per decenni si erano diretti dal Giappone verso Occidente in cerca di remunerazione. E’ stato così che il mercato obbligazionario e quello azionario hanno trovato dagli Stati Uniti all’Europa una domanda sempre sostenuta. E questo si è riflesso sulla posizione netta degli investimenti internazionali, salita fino all’80% del PIL e pari a circa 3.500 miliardi di dollari. I giapponesi risultano grossi creditori di asset stranieri, ragione per cui il mercato e le stesse agenzie di rating hanno fino ad oggi guardato al loro debito pubblico senza eccessive preoccupazioni. L’idea di fondo è che, all’occorrenza, lo stato disporrebbe delle risorse per finanziare le sue emissioni, trovandole tra gli investitori domestici, evidentemente attraverso i rimpatri dei capitali.
Investitori nipponici ora allettati da bond e Borsa domestici
Questo dato, tuttavia, segnala un altro rischio per la stabilità finanziaria globale: la ritirata dei capitali verso il Giappone priverebbe le borse e i bond di parte cospicua di domanda stabile, grazie alla quale da decenni riescono rispettivamente a salire di prezzo, contenendo i costi di indebitamento a carico di governi, società e banche. Una maggiore concorrenza da Est può scombussolare questo trend dato per assodato. C’è un altro aspetto a rilevare. La Borsa di Tokyo è tornata solamente nel 2024 ai livelli di fine anni Ottanta, ma da allora sembra vivere un nuovo boom grazie all’Intelligenza Artificiale, in particolare. Un fenomeno che sta riguardando anche la Borsa di Corea, come svela il boom dell’indice KOSPI ai massimi storici.

A differenza del passato anche recente, quindi, gli investitori in Giappone stanno trovando una doppia opportunità per impiegare i capitali con profitto: i bond offrono rendimenti allettanti e (per loro) senza rischio valutario, così come i titoli azionari sono usciti dalla lunghissima glaciazione. Oltretutto, l’aumento dei tassi all’1% – ma sono attesi all’1,50% nel medio termine – potrebbe avere fissato un “floor” al tasso di cambio, per cui d’ora in avanti gli asset in dollari, euro, sterline, ecc., tenderebbero a deprezzarsi nei confronti della valuta nipponica. Perché mai puntare sui mercati stranieri, quando in patria ci sarebbero ormai tutte le condizioni per tornare ad investire dopo diversi decenni?
Fine del carry trade con il rialzo dei tassi in Giappone
In conclusione, il Giappone teme l’aumento dei tassi, ma allo stesso tempo ciò gli consente di trovare le risorse con cui sostenere il rifinanziamento del suo immenso debito, placandone i rendimenti tenuti artificiosamente bassi a lungo. Per il resto del mondo si tratta di una sfida generazionale: nessuno è abituato più ad agire in un ambiente caratterizzato da tassi relativamente elevati e con una Borsa di Tokyo tornata attraente. L’automatismo con cui pensavamo che il mercato occidentale avrebbe vissuto eternamente di “carry trade“, si sta sgretolando sotto i nostri occhi. E tutto questo con i governi intenti ad aumentare i debiti per il riarmo e le banche centrali costrette almeno nel breve periodo ad alzare i tassi per mostrarsi serie contro il ritorno dell’inflazione.