Nella seduta di oggi l’oro è salito ai nuovi massimi storici, prima infrangendo la soglia dei 5.000 dollari per un’oncia e nelle ore successive arrivando a superare anche i 5.100 dollari. Dall’inizio dell’anno, il metallo guadagna il 18%. Non si può dire lo stesso delle criptovalute. Bitcoin è sceso nella giornata di domenica fino a un minimo di 86.660 dollari, risalendo appena sopra gli 87.000 dollari oggi e restando ai minimi da almeno cinque settimane. Il bilancio da inizio anno resta nullo: zero guadagni e zero perdite. Non è quello che ci aspetteremmo da un asset nato con l’obiettivo di tutelare il potere di acquisto dell’investitore dalle stamperie monetarie delle banche centrali. Era il 2009 e nessuno avrebbe potuto immaginare il successo che avrebbe avuto il token digitale inventato dal sedicente Satoshi Nakamoto.

Tensioni internazionali sempre più forti
La corsa dell’oro viene spiegata dai più come rifugio del mercato dalle tensioni internazionali. Ci sono diversi fronti caldi aperti: tra Russia e Ucraina, tra Israele e Hamas, tra Israele/USA e Iran, tra USA ed Europa sulla Groenlandia, tra USA e Cina sui dazi e le materie prime, tra USA e Venezuela con l’arresto di Nicolas Maduro, ecc. I venti di guerra che soffiano presso le principali economie mondiali, portano alla ribalta la necessità di aumentare le spese militari anche solo per accrescere il proprio potere di deterrenza. L’aumento in corso dei debiti sovrani e atteso ancora più marcato per i prossimi anni fa temere in un atteggiamento accomodante delle banche centrali, a discapito della lotta all’inflazione.
Oro e Bitcoin prendono strade diverse
E mentre il metallo corre sulla prospettiva di una repressione finanziaria globale caratterizzata da tassi reali bassi o persino negativi come nel decennio passato, Bitcoin ripiega. Com’è possibile? Una spiegazione classica in questi anni è legata alla percezione che le criptovalute continuano ad avere tra gli investitori. Pur essendo stati sdoganati ufficialmente dalla superpotenza mondiale con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, ancora oggi sono considerati asset rischiosi. E quando l’avversione al rischio aumenta, i loro corsi scendono. In una fase di tensioni internazionali, malgrado il rischio inflazione, il mercato privilegerebbe gli asset tradizionali come l’oro e valute forti come il franco svizzero per ripararsi dai pericoli futuri.
Tutto ciò è senz’altro vero, ma potrebbe esservi un’altra spiegazione dietro il recente calo del mercato crypto. Bitcoin è stato definito, non senza una evidente forzatura, l’oro digitale. Se guardiamo alle finalità, in buona sostanza lo sarebbe. Ha una intrinseca tendenza deflazionistica per il semplice fatto che l’offerta sia limitata a 21 milioni di monete, quando già sfiora le 20 milioni. Man mano che la domanda sale, il prezzo non può che aumentare. Così come l’oro, non è “stampabile”. Semmai, le estrazioni di metallo possono aumentare nel tempo, seppure non senza difficoltà di varia natura, tra cui sul piano tecnologico. L’offerta di Bitcoin, invece, è regolata da un algoritmo non modificabile sulla base delle convenienze di chicchessia, trattandosi per giunta di un asset decentralizzato.
Liquidità del mercato e ruolo delle balene
La vera differenza tra investire in oro e investire in Bitcoin, tuttavia, sapete quale sia? Entrambi sono asset senza cedola e per monetizzare i guadagni occorre rivenderli. Ma il primo ha un mercato relativamente poco liquido, mentre il secondo è caratterizzato da scambi continui sulle piattaforme exchange, h24 e 7 giorni su 7. Chi acquista un lingotto, non può decidere con estrema facilità di rivenderlo dopo pochi minuti, ore o qualche giorno. Va incontro a tempi tecnici e persino spostamenti fisici. Con Bitcoin è un attimo: con un clic compri e con un altro rivendi. E questo può influenzare il loro andamento nelle fasi di tensione. Non appena compaiono i primi guadagni virtuali per la criptovaluta, i possessori li possono monetizzare all’istante vendendo a terzi, ma con la conseguenza di impattare negativamente sulle quotazioni.
A questo discorso se ne aggiunge un altro: le “balene” (“whales”), cioè i detentori di grossi wallet con almeno 1.000 Bitcoin, hanno l’esigenza periodicamente di vendere almeno in parte per trasformare in ricchezza reale quella che fino a quel momento è stata ricchezza solo sulla carta. Considerate che molti di questi soggetti siano investitori della prima ora, quando Bitcoin si acquistava per pochi dollari o persino centesimi o venivano regalati online in diversi siti di giochi. Hanno pazientato per molti anni e, ad un certo punto, devono incassare. Non si tratta di non avere fiducia nell’asset. Dopo decenni anche i possessori dello stesso oro tendono a rivendere per monetizzare guadagni altrimenti solo teorici.
Rischi di natura legale pesano sul mercato crypto
Resta la natura diversa tra i due. L’oro è universalmente accettato in ogni angolo del pianeta, mentre Bitcoin è persino vietato in diverse aree e mal tollerato in altre. Tra le seconde c’è persino l’Unione Europea, che esplicitamente tramite i suoi rappresentanti ha più volte suonato l’allarme circa i rischi di natura legale scaturiti dal possederli, nonché mettendo in guardia da una possibile bolla. Questo ci porta a concludere per il momento che oro e Bitcoin restino non confrontabili.
Al di là di tali differenze tecniche, culturali e normative, in questi mesi si stanno piantando i semi per una ennesima futura ripresa delle quotazioni per le criptovalute. Il 2026 è iniziato all’insegna del caos geopolitico. Era impensabile che all’interno della stessa NATO sorgesse un conflitto sulla sovranità di uno stato membro. I conti pubblici non sono più l’obiettivo principale neppure dei cosiddetti “paesi frugali” del Centro-Nord Europa, Germania inclusa. La necessità primaria più avvertita consiste nel garantire la sicurezza in autonomia dall’alleato storico americano.
Bitcoin seguirà l’oro sulla strada dei nuovi massimi
E nel frattempo i rendimenti giapponesi sono esplosi sulle elezioni anticipate convocate dalla premier Sanae Takaichi per la Camera. Ella punta a rafforzare la maggioranza per portare avanti un programma di governo fondato sugli stimoli fiscali in deficit, quando già il Giappone detiene il record mondiale del debito pubblico. E con un’inflazione ancora elevata (scesa al 2,1% a dicembre dal 2,9% di novembre), la banca centrale potrebbe trovarsi costretta a tenere i tassi bassi per compiacere il prossimo esecutivo.
Tra debiti, inflazione e guerre ci sono più ragioni del 2009 per investire in Bitcoin e altre criptovalute. La situazione è molto grave, sono saltati i paradigmi su cui erano impostate la politica estera e la politica economica delle grandi economie avanzate. Dagli USA al Giappone, passando per Regno Unito e Francia, i mercati lanciano da tempo segnali espliciti sulla brutta china che stanno prendendo i rispettivi bilanci statali. E guardano con preoccupazione anche al ruolo del dollaro, messo in dubbio in buona parte del pianeta, pur in assenza ancora di alternative credibili. L’oro continuerà a galoppare e prima o poi anche il mercato crypto lo rincorrerà.
