“Il mercato è un dispositivo per trasferire denaro dagli impazienti ai pazienti”. E’ una delle tante frasi celebri di Warren Buffett, forse il finanziere più leggendario al mondo. E cade a fagiolo per descrivere quella condizione di “trappola della liquidità” in cui cadono moltissimi piccoli investitori o anche detti “retail”. Il fenomeno è complesso e s’intreccia con lo sviluppo socio-economico e persino tecnologico. I mercati oggi funzionano assai diversamente rispetto a pochi decenni fa. E questo è senza dubbio un bene, anche se ciò può portare per taluni a conseguenze non piacevoli.
Trappola della liquidità: dagli anni ’50 ad oggi
Partiamo da un dato. Negli anni Cinquanta, gli americani restavano in media attivi sul mercato azionario per 8 anni. Negli anni Sessanta, la durata scendeva già a 7 anni. Negli anni Settanta, ulteriore calo a 5 anni. Proprio a metà di quel decennio – era il 1975 – la Securities and Exchange Commission eliminò le commissioni fisse, abbattendo i costi delle transazioni ad alta frequenza. Con l’avvento dell’informatica negli anni Ottanta, l’investimento azionario medio precipitò a 2-3 anni. E negli anni più recenti, risultava di appena 5-6 mesi.
E’ successo che gli investitori sono diventati più impazienti. Le ragioni sono diverse. Anzitutto, è cambiata la loro tipologia sociale. Agli inizi degli anni Cinquanta, soltanto il 4,2% degli americani possedeva azioni. Nel 2024, la loro quota era salita sopra il 60%. In 70 anni, quindi, l’investimento azionario è passato dall’essere un’operazione per pochi e, ovviamente appartenenti all’upper class, ad un fenomeno diffuso. Va considerato che i piani pensionistici negli Stati Uniti sono essenzialmente privati e presuppongono il versamento di contributi ai fondi privati, che a loro volta investono principalmente in azioni. Indirettamente, quasi tutti i lavoratori americani sono investitori azionari. E questo aspetto favorisce la cultura della propensione al rischio, cioè gli stessi investimenti diretti, ancora meno diffusi in Europa.
Ansia di perdere tutto
Cosa c’entra questo con la trappola della liquidità? Gli investitori di un tempo erano persone con particolare predilezione per i mercati finanziari, oltre che a disporre di consistenze patrimoniali relativamente elevate. Oggi, invece, gran parte di chi investe non si può permettere il più delle volte di pazientare troppo prima di rientrare nel capitale. E l’ansia di perdere tutto lo spinge spesso ad uscire dal mercato al primo segnale di nervosismo, anche quando converrebbe attenderne gli sviluppi. Anche perché la stessa tecnologia rende possibile velocizzare ogni operazione con un clic. Prima l’informatica e dopo internet, smartphone hanno messo a disposizione di tutti la possibilità di entrare e uscire dal mercato tramite un app. Il trading – da non confondere con l’investimento propriamente detto – si è democratizzato. E ciò ha minimizzato i tempi medi dell’investimento.
Tecnologia arma a doppio taglio
La situazione è diventata talmente preponderante anche nei circuiti più formali da avere provocato in più occasioni negli ultimi anni un fenomeno noto come “flash crash”. Crolli improvvisi dei prezzi di alcuni asset senza un’apparente ragione specifica. La causa è stata individuata perlopiù nel “fat fingers”, letteralmente “dita pesanti”. Basta un errore commesso da un investitore fisico o anche tramite algoritmo per inondare il mercato in pochi istanti di ordini di vendita elevatissimi, provocandone il tracollo. E non a caso queste situazioni si sono verificate quasi sempre in fasce orarie a bassa intensità di compravendita, ad esempio quando in Asia era giorno e i mercati erano aperti, mentre in Europa e America era ancora notte e i mercati stavano chiusi.
Nell’ottobre del 2016, la sterlina precipitò del 6% in qualche minuto proprio a seguito di un maxi-ordine rivelatosi errato. In quel caso, la trappola della liquidità aveva agito nel senso della carenza della stessa con relativa amplificazione degli effetti. Il problema si pone sul piano dei risultati. Quando un investitore impiega i capitali con un orizzonte temporale breve, rischia di non partecipare ai vantaggi tipici di una visione di lungo periodo. Quante volte abbiamo sentito o letto che nel lungo periodo le borse tendono a salire? Questo dice la storia, sebbene non offra alcuna certezza per il futuro. Ma capita spesso che per superare le perdite bisogna dover attendere anche numerosi anni. Ad esempio, la Borsa di Tokyo ci ha messo più di 34 anni: da fine 1989 agli inizi del 2024.
Prezzi fissati dalla grande finanza
Questo è un esempio un po’ estremo – ma anche la Borsa Italiana ha di recente toccato i suoi massimi da marzo 2000 – che svela un grosso ostacolo sulla strada dei guadagni per i piccoli investitori: l’impazienza. Rivendere appena si registra un calo non minimizza le perdite, ma il più delle volte le cristallizza. E questo atteggiamento è accentuato proprio dalla facilità con cui è possibile oggi disinvestire. Addirittura, non serve neanche mettersi davanti ad uno schermo per farlo. Basta impostare già all’atto dell’investimento un livello di prezzo (stop loss) sotto il quale non si è disposti a scendere o uno al quale realizzare i guadagni. Tutto con un clic e senza perdere tempo. Massima democrazia, ma anche massima trappola della liquidità.
In effetti, anche se oggi il mercato retail transa quotidianamente volumi notevoli, continua a non incidere granché in termini di capacità di influenzare il trend generale. Esso rimane nelle mani degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi comuni, ETF, hedge, ecc.), i quali si muovono sulla base di analisi più solide e meno istintive. I pacchetti azionari di controllo nelle società quotate in borsa risultano in loro possesso nella generalità dei casi, mentre al contempo essi agiscono tramite operazioni secondarie e affidate perlopiù agli algoritmi per fissare i prezzi di mercato (“market makers”).
Trappola della liquidità concausa di divario sociale
La conseguenza è che gli investitori più piccoli, ossia le famiglie, non riescono a portare a casa gli stessi risultati dei più grossi. L’impazienza riduce i loro rendimenti nelle fasi positive e amplifica le perdite in quelle avverse. Questa trappola della liquidità finisce con l’accrescere il divario sociale tra quel nucleo di investitori che ruota attorno alla finanza tradizionale e il resto del mercato. E’ una delle ragioni per cui la classifica degli uomini più ricchi sulla Terra esita quasi quotidianamente aumenti di ricchezza che un tempo non riusciva a raggiungere neanche dopo decenni di attività imprenditoriali ai massimi livelli. Lo stesso Buffett, accreditato di un patrimonio sui 150 miliardi di dollari, al confronto degli oltre 800 miliardi di Elon Musk sembra un pivello. Ad ogni modo, la sua filosofia degli investimenti contraddice gli assunti in voga nel mondo veloce odierno: quando compri un asset, mantienilo tendenzialmente a vita e solo se ne capisci il funzionamento.