La nuova settimana sui mercati finanziari si è aperta all’insegna dell’ottimismo con il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, dato molto vicino dal presidente americano Donald Trump. Egli ha aggiunto che ne farà seguito uno sul nucleare. Il prezzo del petrolio è in forte calo, sceso sotto gli 80 dollari al barile nel caso del WTI americano e attorno agli 83,50 dollari per il Brent. In entrambi i casi, una caduta di oltre il 5% rispetto ai livelli di chiusura di venerdì scorso. La riapertura dello stretto renderebbe navigabile un’area dalla quale transitano più di 20 milioni di barili al giorno, qualcosa come un quinto dell’intera offerta mondiale. Anche le navi che trasportano Gas Naturale Liquido potrebbero finalmente effettuare le consegne presso i porti dei clienti senza più ritardi o impedimenti.
Calo del petrolio benefico per bond e borse
L’impatto del calo del petrolio e, in misura inferiore, del gas europeo è stato visibile in queste ore sui mercati. A beneficiarne le borse, ad eccezioni di quelle asiatiche come Tokyo e Seul, sulle quali continuano a pesare i timori sull’Intelligenza Artificiale. Il maggiore appetito per le azioni consegue alla più alta propensione al rischio e anche alla caduta dei rendimenti sovrani. Il mercato sta riducendo le detenzioni di asset sicuri come i bond, facendo spazio a quelli un po’ più rischiosi. Il calo dei rendimenti giova anche all’oro, che da asset senza cedola viene penalizzato dalla concorrenza obbligazionaria.
Perché i rendimenti dei bond scendono con il calo del petrolio? Non solo in scia ad un maggiore ottimismo generalizzato, bensì alla minore inflazione attesa. Il caro energia ha impatto nei mesi scorsi sui prezzi al consumo, lasciando temere rincari generalizzati per i panieri di beni e servizi nel mondo. Ad oggi, non è stato del tutto così. Anzi, in linea tendenziale già a giugno c’è stata una riduzione della crescita, proseguita in Europa a luglio, malgrado la risalita delle quotazioni petrolifere e del gas. Se davvero l’accordo su Hormuz è vicino, il rischio inflazione sarà stato in gran parte evitato e le banche centrali potranno evitare nei prossimi mesi di alzare i tassi di interesse. Ciò spiega la caduta dei rendimenti lungo la curva, anche se un po’ più sul tratto lungo.
Curve più piatte: tassi sempre attesi in aumento
Questo fenomeno porta all’appiattimento delle curve, cioè alla riduzione del premio preteso dal mercato sui bond lunghi rispetto alle scadenze più corte. Il mercato continua ad aspettarsi che la Banca Centrale Europea, per quanto ci riguarda, alzerà i tassi un altro paio di volte dello 0,25% entro l’anno. Il costo del denaro salirebbe al 2,75% dal 2,25% attuale (era al 2% fino a giugno). A segnalarlo sono i titoli di stato emessi dalla Germania, che fungono da riferimento per l’area. Il decennale tedesco offre oggi il 3,15% contro più del 3,20% dell’apertura di seduta, mentre la scadenza a 2 anni intorno al 2,76% e anche in questo caso in calo da circa il 2,80%.
Bisogna notare che il calo del petrolio non sta facendo scendere granché il rendimento del Bund a 10 anni dal livello massimo toccato sin dal 2011. E ciò per la semplice ragione che dietro al suo boom vi sono fattori meno contingenti, come la crescita del debito pubblico per mezzo di una politica fiscale espansiva, del riarmo intrapreso da Berlino e la reflazione europea. Per non parlare della prudenza con cui il mercato guarda agli annunci di Trump. A giugno, l’accordo di pace con l’Iran sembrava avere chiuso le tensioni dopo circa tre mesi e mezzo. Invece, i raid americani sono ripresi pochi giorni dopo. Il calo del petrolio era stato brusco in quell’occasione, tant’è che le quotazioni si erano portate a livelli inferiori a quelli immediatamente prima della guerra, iniziata alla fine di gennaio. Ora, stanno a +20% da quei minimi, segno che la fiducia resta parziale.
Criptovalute sempre depresse sulla bassa propensione al rischio
Le criptovalute stesse non stanno beneficiando della possibile svolta di queste ore. Bitcoin resta in area 63.000 dollari e ben sotto i massimi recenti di tre mesi fa a più di 80.000 dollari. Potrebbe essere il segno che gli investitori prediligano in questa fase gli asset tradizionali, rifuggendo dal rischio. A sua volta, questo atteggiamento si spiegherebbe con un ambiente di tassi atteso in crescita. Non basta un calo del petrolio marcato, ma episodico, ad attenuare questo scenario. La Federal Reserve non potrà ignorare ancora a lungo l’inflazione americana quasi a livelli doppi rispetto all’obiettivo del 2%. E la sola prospettiva che alzi i tassi a settembre, riduce la liquidità sui mercati e lo stesso appeal dei token digitali.
Svolta su colloqui USA-alleati del Golfo
Cosa c’è di solido nel calo del petrolio di oggi? La Casa Bianca si è sentita telefonicamente con i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nel fine settimana, i quali hanno chiarito di non volere che la guerra con l’Iran vada ad oltranza, essendo in gioco i loro rispettivi interessi nazionali. La chiusura di Hormuz tiene da un lato i prezzi dell’energia elevati, ma dall’altro riduce le loro esportazioni. Inoltre, le bollette salate generano crisi e rischiano di ridurre la domanda anche a lungo termine, spingendo il mercato a guardare alle fonti di energia alternative.
Calo del petrolio toccasana per l’Europa
Di solito, invece, c’è che Trump ha dovuto indietreggiare sugli attacchi per non svuotare i magazzini di armi e, soprattutto, per evitare che la ripresa dell’inflazione divenga un fatto definitivo e incontrollato sotto elezioni. Probabile che lo stesso governatore Kevin Warsh gli abbia fatto capire quanto sarebbe costretto ad alzare i tassi alla prima occasione utile se le tensioni geopolitiche si acuissero. Il calo del petrolio fa bene inevitabilmente all’Europa, importatrice di quasi tutta l’energia che consuma. Gli spread tra Bund e altri bond nell’area si sono ridotti, abbassandosi fino a 76 punti base in Italia. Il mercato sconta minori tensioni sui debiti degli stati più a rischio come Italia e Francia con l’affievolirsi del rischio stagflazione.
In termini assoluti, però, i rendimenti restano ben maggiori dei livelli pre-bellici. Il BTP a 10 anni offre oggi intorno al 3,95% contro il 3,28% di fine febbraio, mentre il Bund di pari durata è schizzato dal 2,65% al 3,15%. Questo è un contraccolpo che continuerà a pesare sui bilanci statali fintantoché il calo del petrolio non riporterà stabilmente le quotazioni ai livelli precedenti al conflitto. E non è detto che i rendimenti tornino lo stesso indietro a febbraio. Molto dipenderà dalla natura dell’accordo USA-Iran e dalla percezione del rischio geopolitico che il mercato incorporerà per i prossimi mesi e anni.