C’è un elefante che si aggira nella cristalleria e che rischia di travolgere tutto ciò che incontra attorno a sé: è lo yen debole, che per i mercati finanziari è diventato un bel mal di testa. Spia di squilibri macroeconomici accumulatisi nell’arco di decenni, i nodi stanno arrivando tutti al pettine. Il tasso di cambio contro il dollaro aveva toccato il punto più basso da oltre 40 anni a luglio, tanto che si è reso necessario un intervento congiunto tra Federal Reserve e Banca del Giappone. E’ stato il primo dal 1998, mentre nel 2011 le due principali banche centrali del pianeta erano intervenute per indebolire la valuta nipponica dopo il boom registrato a seguito dei capitali rimpatriati dalle compagnie di assicurazione per indennizzare i clienti per i danni dell’incidente nucleare a Fukushima.
Yen debole: USA vendono euro
Quando il cambio è arrivato a 164 yen per 1 dollaro, Tokyo e Atlanta sono scesi in campo e il corso è sceso all’istante ad un minimo di 156,25. A distanza di pochi giorni, è emerso un particolare interessante: il Tesoro americano ha autorizzato la vendita di asset in euro per difendere lo yen debole. Lo ha fatto per limitare le vendite di Treasury, i cui rendimenti sono già da tempo alti e saliti ai livelli di guardia. Una decisione, però, che non è stata presa bene dalla Banca Centrale Europea, informata soltanto il giorno dopo del fatto e che rischia di compromettere i suoi obiettivi di politica monetaria. Non era mai accaduto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che due istituzioni finanziarie nell’orbita occidentale non concordassero una mossa del genere.
Nuovi interventi congiunti in arrivo?
Lo yen è tornato debole, se mai si fosse rafforzato a sufficienza nelle sedute precedenti. Oggi, si attesta ad un cambio di oltre 159 contro il dollaro. Si sta riportando gradualmente a quella soglia psicologica di 160, che sui mercati è considerata uno spartiacque per un possibile nuovo intervento sul forex. Federal Reserve e Banca del Giappone hanno avvertito che ulteriori operazioni saranno possibili per difendere lo yen. La storia insegna che l’istituto nipponico punta a massimizzare le perdite a carico degli speculatori, nello specifico ribassisti, intervenendo ben oltre i tassi di cambio ai quali il mercato si attende una sua discesa in campo, così da dissuaderli successivamente dal desistere.
Le ragioni dietro l’attivismo USA
L’America di Donald Trump sta soccorrendo lo yen debole per interessi propri. Anzitutto, perché una delle principali economie mondiali con cui già ha un deficit commerciale, rischia di avvantaggiarsi ulteriormente con un cambio debole. Non è un mistero che, pur con una politica contraddittoria, l’amministrazione americana punti ad indebolire il dollaro, sebbene il segretario del Tesoro, Scott Bessent, ufficialmente stia perseguendo un’agenda del tutto opposta. Inoltre, esistono numerose posizioni finanziarie costruite grazie al “carry trade“ tra dollaro e yen. Si parla di non meno di 20.000 miliardi di dollari di investimenti, principalmente sul mercato azionario americano. Capitali, che svanirebbero come neve al sole se lo yen s’indebolisse troppo e la Banca del Giappone fosse costretta ad alzare i tassi di interesse. A quel punto, prendere in prestito yen per investirli in dollari avrebbe poca convenienza e comporterebbe rischi elevati.
Salvare uno yen debole evita agli Stati Uniti anche di assistere ad una vendita copiosa di Treasury da parte del Giappone, che è e resta il loro primo creditore mondiale. Anzi, sembra esservi un patto implicito dietro a questo accordo risalente al gennaio scorso: Federal Reserve in campo e Tokyo sempre attiva nell’acquisto di titoli del debito USA. Infine, il Sol Levante è un alleato strategico nello scacchiere asiatico per la sua posizione anti-cinese. A Washington serve che resti stabile dal punto di vista finanziario per non rafforzare la vicina Cina.
Scarsi margini per Bessent
Ma quanto può il Giappone confidare sugli Stati Uniti sullo yen debole? Meno di quanto immagini o desideri. Il Tesoro americano si trova in uno dei momenti più complicati della sua storia moderna. Sta emettendo Treasury a ritmi così sostenuti che il mercato globale sta avendo difficoltà ad assorbirli. La domanda non sta venendo meno, ma solo perché zio Sam sta offrendo rendimenti sempre più alti. Il Treasury a 10 anni oggi sfiorava il 4,75% prima che il suo rendimento ripiegasse sulle apparenti buone notizie su Hormuz. Il trentennale resta al 5,23%. Ed è difficile che i rendimenti scendano con un’inflazione sempre così alta. Domani, ci sarà l’aggiornamento sul dato di luglio. Il mercato ha ridotto nelle ultime sedute le aspettative sul rialzo dei tassi, ma solamente perché il mercato del lavoro americano ha mostrato crepe. I prezzi al consumo continuano, invece, a crescere ben sopra il target del 2%.
In queste condizioni, Bessent può essere di aiuto contro lo yen debole fino ad un certo punto. Per sostenere la divisa nipponica dovrebbe far vendere alla FED asset in dollari, cosa che non può permettersi in questa fase. Ciò genererebbe un rialzo dei rendimenti americani e possibilmente anche un indebolimento generalizzato del dollaro, la quale cosa aumenterebbe la cosiddetta inflazione importata. In altre parole, i costi delle importazioni aumenterebbero, l’ultima cosa che servirebbe al governo per cercare di stabilizzare i prezzi domestici.
Yen debole: speranze da Hormuz
Il sostegno americano contro lo yen debole non è inutile, tuttavia. Esso sta servendo a guadagnare tempo. Il governatore Kazuo Ueda non dovrà affrettarsi ad alzare i tassi in pieno agosto, come avrebbe probabilmente dovuto fare altrimenti. E se su Hormuz si arriverà ad un accordo entro l’estate e il prezzo dell’energia tornerà a scendere, il mercato rivedrebbe le aspettative su inflazione e tassi. La pressione su Tokyo si farebbe meno forte e in uno scenario ottimistico si potrebbe evitare, se non un nuovo rialzo dei tassi per settembre, perlomeno il successivo atteso entro dicembre. Cosa che il governo di Sanae Takaichi vede come fumo negli occhi, perché mette a rischio il suo maxi-piano fiscale di tagli all’IVA e aumento degli investimenti pubblici. Il deficit dovrà aumentare in un Paese dove il rapporto tra debito e PIL già sfiora il 240%. Se il costo per emetterlo sale repentinamente, c’è il rischio di una crisi fiscale dagli effetti devastanti per l’economia domestica, ma anche per i mercati finanziari globali. E’ la ragione principale per cui l’America di Trump sembra così generosa con l’alleato asiatico. Ne vale del suo stesso destino, anche se possiede scarsi margini di azione.