Con una decisione presa 6 voti contro 3, i giudici della Corte Suprema hanno bocciato i dazi annunciati dal presidente Donald Trump nel Liberation Day del 2 aprile 2025 e comminati nei mesi successivi a decine di stati nel mondo. Una sentenza storica, che piccona uno dei pilastri della politica economica del governo americano. La botta è pesante per il tycoon, che ha commentato la decisione definendola una “vergogna” e rassicurando sull’implementazione di un “piano alternativo”. La Corte ha ravvisato una tracimazione dei poteri presidenziali riguardo all’uso della International Emergency Economic Powers Act del 1977, che assegna all’inquilino della Casa Bianca di decidere in merito alle transazioni economiche nei casi di urgenza ed emergenza nazionale.
Dazi di Trump bocciati. E ora?
Trump aveva giustificato la comminazione dei dazi senza passare per il Congresso, sostenendo che la diffusione di droghe come il fentanyl e l’ampio e persistente deficit della bilancia commerciale fossero motivazioni valide. In reazione alla sentenza, ha fatto presente che ricorrerà ad una legge del 1974, la Sezione 122 del Trade Act, ad oggi mai usata e adottata come testo normativo dopo l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro nel 1971. A tale proposito, ha anticipato l’imposizione di una tariffa globale aggiuntiva del 10% su tutte le merci importate. La durata massima di tale decisione è prevista in 150 giorni.
L’entrata in vigore partirebbe dal 24 febbraio. Per cinque mesi, dunque, Trump farebbe leva su questi nuovi dazi per cercare di correggere l’enorme squilibrio commerciale degli Stati Uniti e perdere quanto meno gettito possibile. Al 14 dicembre scorso, risultavano entrate nelle casse doganali USA 130 miliardi di dollari a seguito dei dazi imposti e ora bocciati. In teoria, fino a 300.000 aziende importatrici avrebbero il diritto di chiedere al governo di Washington il risarcimento dei danni.
Impatto sui mercati
Sul piano strettamente economico, quanto accaduto nella giornata di venerdì ha avuto subito contraccolpi positivi in borsa. L’indice S&P 500 ha chiuso a +0,69%, mentre l’FTSE MIB è schizzato dell’1,48%. Non è facile, però, capire cosa accadrà nelle prossime settimane. Tant’è che il mercato delle criptovalute è rimasto tiepido, con Bitcoin ad avere superato per poco i 68.000 dollari, ripiegando appena sotto subito dopo. La Commissione europea ha fatto sapere che si terrà in contatto con Washington per capire come saranno d’ora in avanti regolate le transazioni commerciali UE-USA. Le importazioni dall’UE erano state sottoposte dall’agosto scorso ad una tariffa del 15%. All’apparenza, la decisione della Corte americana avvantaggia le nostre aziende esportatrici. Da notare che i dazi su acciaio e alluminio restano in piedi, essendo stati comminati per altra via legale.
Tuttavia, la bocciatura dei giudici non implica che la politica commerciale di Trump sia cambiata. Molto più banalmente, dovrà trovare un modo diverso per imporla. Sarà il Congresso ad avallare eventualmente gli accordi commerciali siglati in questi mesi con numerose economie straniere, tra cui per l’appunto UE, ma anche Cina, Giappone, Regno Unito, Svizzera, Brasile, India, ecc. E questo sarebbe un problema per Trump. In primis, perché i repubblicani stessi sono stati finora poco convinti e compatti su questa strategia che mette in discussione la libertà dei commerci. E se alle elezioni di novembre dovessero perdere la maggioranza, c’è da prevedere che i democratici farebbero di tutto per rendere impossibile la vita al governo.
Possibile contraccolpo sui cambi
Attenzione, però, ad esultare. A parte il fatto che Trump abbia già annunciato nuovi dazi uguali per tutti al 10%, ci sarebbero altri modi che userebbe per cercare di riequilibrare la bilancia commerciale: la svalutazione del dollaro. Ricordate cos’è avvenuto in questo primo anno dal suo ritorno alla presidenza. Il biglietto verde è arrivato a perdere attorno all’11% in media contro le altre valute mondiali. Un esito palesemente desiderato da Trump, che non si accontenta. Egli vorrebbe tassi di interesse più bassi per ridurre il costo del debito e sostenere così la domanda interna. Allo stesso tempo, questa politica monetaria ultra-espansiva indebolirebbe ulteriormente il dollaro, rilanciando le esportazioni domestiche.
Ad oggi, questa sua ambizione è stata frustrata da due fatti: il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, poco incline a mostrarsi alle dipendenze del governo; un’inflazione americana sopra il target del 2% e che nei mesi passati era tornata fino al 3%. Ma l’ultimo dato di gennaio l’ha vista scendere al 2,4%. I dazi di Trump sono stati assorbiti in maniera molto meno traumatica del previsto. E Powell a maggio finirà il suo secondo mandato, lasciando il posto al designato Kevin Warsh, che asseconderebbe un po’ di più le richieste del governo. A maggiore ragione che i dazi sono stati almeno in parte ridotti per via legale, l’inflazione nei prossimi mesi potrebbe proseguire la discesa più velocemente. E già questo autorizzerebbe il successore di Powell a tagliare i tassi.
Di quanto? Il mercato finora sconta due tagli dello 0,25% ciascuno entro l’anno. Senza i dazi, Trump avrebbe maggiore fortuna nel pretendere che scendano più in basso e più in fretta. E questo si tradurrebbe in una svalutazione indiretta del dollaro. Nello scenario più estremo di dazi extra azzerati, la FED potrebbe trovare il modo, se occorressero le condizioni macro, di compensare con un indebolimento di pari entità, cioè di circa il 15% in media contro le principali valute. Tanto per fare un esempio pratico, il cambio euro-dollaro verrebbe lasciato salire fino a 1,30-1,35. Per le nostre aziende esportatrici, i dazi uscirebbero dalla porta per rientrare dalla finestra travestiti da svalutazione.
Dopo i dazi di Trump cancellati clima incerto per le criptovalute
Uno scenario di questo tipo farebbe bene al mercato delle criptovalute? Tassi globali in calo aumentano la liquidità sui mercati e la propensione al rischio degli investitori. I token digitali sono ancora percepiti come rischiosi e, pertanto, in teoria beneficerebbero di questo trend. D’altra parte, il rischio inflazione non dipende soltanto dai dazi di Trump o dalle tensioni commerciali, in generale. Ci sono questioni meno contingenti, come l’accorciamento delle catene di valore, le tensioni geopolitiche e l’eccesso di debiti a far sospettare sulla futura stabilità dei prezzi. La decisione della Corte, che può considerarsi positiva sul piano delle relazioni commerciali, avrà l’effetto indesiderato di aumentare l’incertezza globale dei prossimi mesi. Se prima sapevamo con cosa stessimo avendo a che fare, adesso non più o non del tutto. Il prossimo terreno di scontro tra potenze potrebbero essere i tassi di cambio. Un clima favorevole di certo solo ai beni rifugio come l’oro.

