La BCE lascia i tassi fermi, taglia le stime di crescita e le alza per l’inflazione

Home / Crypto Blog / La BCE lascia i tassi fermi, taglia le stime di crescita e le alza per l’inflazione

Indice dei Contenuti

Un’altra seduta pesante per i mercati finanziari di tutto il mondo e nel giorno in cui la Banca Centrale Europea ha tenuto il suo secondo board dell’anno sui tassi di interesse. Petrolio e gas si sono impennati dopo che nella nottata l’Iran ha attaccato il giacimento del gas del Qatar in risposta a un attacco subito ad opera dell’esercito israeliano al proprio. C’è il forte timore che l’escalation sia ormai sfuggita di mano e che le infrastrutture strategiche per l’energia globale non saranno più risparmiate. I rendimenti dei titoli di stato sono risaliti insieme agli spread, mentre le borse hanno chiuso in calo. In questo marasma, il costo del denaro per l’Eurozona è stato lasciato invariato.

Tassi BCE fermi e previsioni macro peggiorate

Il comunicato delle ore 14.15 diramato da Francoforte è stato per certi versi irrituale, dando grande spazio al conflitto nel Medio Oriente e spiegando le ragioni della revisione in peggio delle previsioni macroeconomiche. Queste sono state aggiornate eccezionalmente all’11 marzo scorso, proprio per tenere in considerazione almeno la primissima parte della guerra in Iran, anziché essere datate al 28 febbraio. La situazione che ne scaturisce non è rassicurante: le stime di crescita del PIL per l’area sono state tagliate, mentre sono state alzate quelle per l’inflazione. Nel dettaglio, i prezzi al consumo sono previsti salire quest’anno in media del 2,6% (da 1,9% stimato a dicembre), nel 2027 al 2% (da 1,8%) e nel 2028 al 2,1% (da 2%). Al netto di energia e generi alimentari freschi (cosiddetta “inflazione core”), le stime passano rispettivamente nel triennio da 2,2-1,9-2% a 2,3-2,2-2,1%. Infine, PIL a 0,9-1,3-1,4% da 1,2-1,4-1,4%.

Stretto di Hormuz semina panico mondiale

La stessa BCE nel confermare i tassi ha precisato che le stime siano passibili di ulteriori variazioni in base alla durata di questa guerra. La chiusura dello Stretto di Hormuz impedisce il transito alle navi cariche di merci, tra cui petrolio e gas. La conseguenza è che i prezzi dell’energia, in particolare, stanno esplodendo per la carenza globale di offerta. Da questo stretto ogni giorno passano 20 milioni di barili, circa un quinto dell’offerta mondiale. E anche un quarto del Gas Naturale Liquido prodotto nel pianeta transita da quest’area. L’istituto ha fatto presente che non si vincola a un percorso prestabilito per la gestione della politica monetaria, restando “data dependent”, ossia di volta in volta decidendo in base ai dati macroeconomici.

Verso la stretta monetaria

Il compito della BCE, più in generale di tutte le banche centrali, è più arduo che mai in questa fase. Si trovano da un lato a dovere contrastare l’inflazione sul nascere per evitare che si diffonda alla generalità dei consumi, come accadde nel 2022. Dall’altro devono considerare l’impatto duro che una loro stretta monetaria può avere sulle economie, con conseguenze anche per la stabilità degli assetti politici nazionali già in gran parte precari dopo anni di crisi di vario genere.

Il mercato crede che i tassi BCE saliranno di mezzo punto percentuale entro l’anno. Dunque, ci aspetterebbero due rialzi di un quarto di punto ciascuno (0,25%) e di cui il primo arriverebbe già ad inizio estate. Prima che la guerra in Iran iniziasse, sempre il mercato valutava come probabile un primo rialzo non prima di metà del 2028. Siamo dinnanzi ad un anticipo di ben 2 anni e ad appena tre settimane scarse dall’inizio del grande conflitto in Medio Oriente. Se questo durasse per ancora diverse settimane o mesi, inevitabile che le banche centrali si precipiteranno ad alzare il costo del denaro per rispondere alla richiesta di tutela del potere di acquisto.

Bitcoin ripiega, l’oro sprofonda

Intanto, Bitcoin è sceso oggi sotto i 70.000 dollari per la prima volta dopo una settimana. Probabile che gli investitori più recenti abbiano voluto monetizzare i guadagni realizzati nei giorni scorsi grazie alle criptovalute. Precipitato anche l’oro a poco più di 4.600 dollari l’oncia e ai minimi da due mesi. Stanno incidendo sia il rafforzamento del dollaro che la risalita dei rendimenti obbligazionari. Ad esempio, il bond decennale tedesco è arrivato a superare oggi il 3% di rendimento per la prima volta in 15 anni. Un evento che evidenzia la fase straordinariamente rischiosa che stiamo vivendo e che allo stesso tempo deprime gli asset sprovvisti di cedola, il cui appeal si riduce agli occhi degli investitori desiderosi con l’inflazione in rialzo di incassare periodicamente un flusso di reddito dal capitale impiegato.

I bond europei hanno visto scendere i rendimenti dopo l’annuncio dei tassi BCE fermi. Non perché ci fosse il segnale che sarebbero aumentati già da oggi, quanto per il fatto che nel comunicato e nella conferenza della governatrice Christine Lagarde non si sono scorti toni da “falco”. La linea che è prevalsa è quella della prudenza. D’altronde, se per ipotesi la guerra in Iran cessasse tra qualche ora o comunque lo Stretto di Hormuz fosse reso transitabile sin da subito, il quadro macro globale muterebbe in fretta. Il deterioramento dell’economia sarebbe limitato e più che d’inflazione parleremmo con ogni probabilità di una “fiammata” dei prezzi destinata ad esaurirsi in tempi brevi.

Rendimento in rialzo anche per i rischi fiscali

La risalita dei rendimenti non è solo funzione diretta dell’accresciuta inflazione attesa. Il mercato prevedrebbe anche un aumento delle emissioni di debito pubblico in Europa e altrove. I governi dovranno in qualche modo sostenere le rispettive economie in rallentamento e magari intervenire con sussidi per calmierare i prezzi dell’energia. Un po’ come accadde nel 2022. Il governo italiano già è sceso in campo con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro. Questo accresce i rischi fiscali e naturalmente spinge gli obbligazionisti a richiedere rendimenti più alti. La stessa Germania è finita nel mirino, pur un po’ meno dei partner dell’Eurozona, in quanto già aveva varato un piano per aumentare il deficit a sostegno di riarmo e investimenti.

Dilemma sui tassi BCE

La BCE deve valutare con attenzione cosa fare con i tassi di interesse. Ci sono due precedenti entrambi poco edificanti nella pur breve storia dell’istituto. Nel 2011, li alzò in piena tempesta dello spread e finì con l’alimentare la speculazione contro i debiti sovrani del Sud Europa, arrivando ad un passo dalla scomparsa dell’euro. Nel 2022, commise l’errore opposto. Similmente alla Federal Reserve, Lagarde definì “transitoria” l’inflazione già in forte rialzo sopra il target del 2% per effetto della guerra tra Russia e Ucraina. Perse tempo e alla fine i prezzi al consumo nell’unione monetaria crebbero fino alla doppia cifra. Il rischio per Francoforte è di sbagliare qualsiasi cosa decidesse di fare, anche se gli strumenti anti-spread di cui si è dotata nel frattempo renderebbero il precedente del 2011 meno probabile da replicare.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Bitcoin oltre l’oro digitale: ovvero le nuove architetture che si stanno imponendo attorno al protocollo, per investitori e utenti. Per anni, nonostante la relativa giovinezza di questa tecnologia, la narrativa...

Stablecoin europee e DeFi: un mondo ormai costellato di opportunità per utenti e investitori di ogni ordine e grado… Iniziare un percorso nel mondo degli investimenti digitali nel 2026 richiede...

Europa esposta ancora una volta al rischio di stagflazione con le tensioni in Medio Oriente. Investitori in cerca di nuove soluzioni sui mercati....

© All rights reserved. Cryptosmart Spa / P.I. 03775010543 / Numero REA PG – 350225   Modifica preferenze cookie

© All rights reserved. Cryptosmart Spa / P.I. 03775010543 / Numero REA PG – 350225   Modifica preferenze cookie