L’inflazione ha rialzato la testa con prepotenza, come dimostrano i dati pubblicati oggi dall’Eurostat a proposito dell’Unione Europea e anticipati ieri da Destatis per la Germania, prima economia continentale. Nell’Eurozona è salita dall’1,9% di febbraio al 2,5% di marzo, ben sopra l’obiettivo del 2% della Banca Centrale Europea e ai massimi da gennaio 2025. Il dato “core” è sceso, invece, al 2,3% dal 2,4%. Ciononostante, il rischio recessione ha prevalso sui mercati finanziari sin dalla riapertura delle negoziazioni di ieri. Sebbene le quotazioni di petrolio e gas siano continuate a salire sull’escalation militare tra USA e Iran, accentuata dagli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi nel Mar Rosso per impedire il transito alle navi mercantili anche attraverso quel versante, ieri abbiamo assistito a una seduta apparentemente controintuitiva: i rendimenti dei bond sono scesi e le borse hanno chiuso in rialzo insieme all’oro. La quotazione del metallo è salita in area 4.560 dollari l’oncia, circa +200 rispetto a giovedì scorso.
Rischio recessione pesa sui mercati
Tutto alla vigilia faceva pensare per un esito opposto. Come detto, ha prevalso il cattivo umore degli investitori per un rischio recessione ormai all’orizzonte e che diventa ogni settimana più forte con il prolungamento del conflitto. Il Bund a 10 anni è sceso sotto il 4% dal 4,06% della chiusura di venerdì. Il Bund di pari durata è passato dal 3,10% al 3,3%. Lo spread si è leggermente ristretto in area 95 punti base o 0,95%. Anche i Treasury negli USA sono scesi di rendimento lungo la curva delle scadenze, segnalando esattamente lo stesso timore che il mercato nutre ormai per l’intera economia mondiale.
Il ragionamento alla base è il seguente: l’inflazione già morde a causa del boom dei prezzi dell’energia. Ciò provocherà inevitabilmente a un rallentamento della produzione globale, che finirebbe finanche per ripiegare sotto i livelli dei trimestri pre-bellici se lo Stretto di Hormuz non venisse reso transitabile da qui a poche settimane. Il Brent nel frattempo si sta collocando tra 105 e 110 dollari al barile, mentre il WTI ieri saliva sopra i 103 dollari e ai massimi da giugno 2022. Lo spread Brent-WTI, che era arrivato a 14,45 dollari lo scorso 20 marzo, ai massimi dall’estate del 2022, ieri si riduceva ai livelli di febbraio, cioè di prima che iniziasse la guerra. E questo è un grosso segnale negativo per l’economia americana, in particolare.
Segnali negativi anche per economia USA
La reazione dei mercati nelle prime settimane del conflitto scontava una carenza di petrolio particolarmente accentuata per l’Europa e assai minore per gli Stati Uniti. Con il passare del tempo, le previsioni stanno contemplando uno scenario ben più avverso persino per la superpotenza mondiale. Questo spiega il fatto che la differenza di prezzo tra WTI, benchmark del greggio americano, e Brent si stia assottigliando. E questo significa anche che il rischio recessione non sta riguardando solamente una parte del pianeta, ma sale repentinamente per il PIL USA. Ecco perché i rendimenti globali hanno ingranato da ieri la retromarcia. Stanno scontando uno scenario più complesso di un semplice boom dell’inflazione. Se l’economia rallenta, la domanda di beni di consumo e servizi frena e calmiera gli aumenti dei prezzi. A maggior ragione se le banche centrali inizieranno, a partire quasi certamente dall’Europa e forse dal Giappone, a reagire subito alzando i tassi di interesse e contraendo così la liquidità sui mercati e il credito ad imprese e famiglie.
Petrolio ancora disponibile
C’è un’altra ragione per cui la reazione del mercato obbligazionario è stata finora meno cruenta di quanto potessimo immaginare. Gli stessi prezzi del petrolio si stanno tenendo a livelli sostenibili, pur elevati e dannosi per le economie importatrici. Sarebbe potuta andare molto peggio in assenza degli 1,25-1,70 miliardi di barili galleggianti su navi in sosta nei mari in giro per il mondo. E’ l’effetto delle sanzioni di Europa e USA contro la Russia, allentate di recente da Washington proprio per accrescere la disponibilità dell’offerta in questa congiuntura delicata. Il resto lo fa da tempo l’allungamento dei tempi di consegna, in conseguenza di alcune rotte più lontane rispetto alle aree di estrazione.
Questa enorme produzione prontamente a disposizione dei clienti sta in grossa parte ammortizzando il tracollo del 90-95% del transito attraverso Hormuz, dove prima della guerra passavano in media 20 milioni di barili al giorno, qualcosa come un quinto dell’intera offerta mondiale. Le navi mercantili erano sui 138 al giorno, di cui una cinquantina petroliere. Da inizio marzo fino al 26 marzo scorso, invece, si calcolano complessivamente solo 150 attraversamenti autorizzati dall’Iran. Nello stretto restano bloccati 130 tanker carichi di petrolio e derivati e 210 che trasportano prodotti già raffinati. Escludendoli dal calcolo dei barili disponibili via mare, possiamo ipotizzare che l’offerta a metà marzo fosse di almeno 1,25 miliardi di barili. Sarebbe una quantità capace di coprire più di due e mezzo di minori esportazioni attraverso Hormuz. E immaginando che ci voglia un mese per tornare alla normalità anche dopo l’eventuale raggiungimento di un accordo di pace, ciò implica che la navigabilità deve essere garantita ad ogni costo entro fine aprile o le quotazioni internazionali rischiano di esplodere ulteriormente a livelli potenzialmente devastanti per l’economia mondiale.
Vero problema in tarda primavera
Il vero rischio recessione, quindi, monterebbe in tarda primavera e in assenza di novità positive dal Golfo Persico. E si accompagnerebbe, a quel punto, ad un’esplosione dell’inflazione ben più grave di quella patita nel 2022 dopo che la Russia invase l’Ucraina. L’Arabia Saudita sta già sfruttando al massimo della capacità l’oleodotto Est-Ovest da 1.200 km, che attraversa la sua terraferma e consente le consegne fino a 7 milioni di barili al giorno nel porto di Yanbu, Mar Rosso. Guarda caso, l’area ora presa di mira dai ribelli Houthi, altra formazione paramilitare sostenuta dall’Iran. Nel breve termine, quindi, non c’è reale carenza di energia nel mondo, anche grazie al rilascio di 400 milioni di barili di scorte da parte dei 32 membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, tra cui l’Italia. Un dato record nella storia dell’ente.
Rischio recessione frena rialzi dei rendimenti
Ciò spiega l’apparente contrasto tra la gravità della situazione e l’andamento dei rendimenti dei bond. Non c’è alcuna fuga verso questo asset per proteggersi dal rischio recessione. Sta prevalendo, semmai, la cautela per lo scenario dei prossimi mesi, preso atto che ancora sarebbe presto per trarre conclusioni circa l’impatto definitivo di questa guerra per l’economia. Un eventuale accordo di pace, ad esempio, potrebbe contemplare il ritorno dell’Iran sui mercati con l’allentamento o l’eliminazione completa delle sanzioni USA. A disposizione ci sarebbe un altro milione di barili di petrolio al giorno, come da stime indipendenti. E ciò si avrebbe in una condizione già di eccesso di offerta, specie se il rallentamento globale attecchisse. Un tonfo dei prezzi di gas e petrolio metterebbe le ali ai bond e spegnerebbe l’incendio dell’inflazione sul nascere, anche se ci vorrà tempo per assorbire lo shock. E se arrivasse successivamente anche un accordo tra Russia e Ucraina, l’impatto sarebbe definitivamente deflattivo per l’economia mondiale, a tutto vantaggio di euro, bond e azioni. Al contrario, il rientro delle tensioni farebbe perdere smalto all’oro.