Dollaro ai minimi da inizio guerra con l’Iran: cosa ci segnala il mercato oggi

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Non si era apprezzato granché, fatto sta che il dollaro aveva approfittato della guerra in Iran per rialzare la testa dopo che era sceso nella media del cambio contro le altre valute mondiali principali ai tassi minimi da inizi 2022, cioè prima che scoppiasse un’altra guerra: tra Russia e Ucraina. Oggi, il biglietto verde si è deprezzato ai livelli minimi da fine febbraio, tornando ai livelli precedenti alle tensioni nel Golfo Persico. Cede così il 2% dai massimi che erano stati toccati a marzo.

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Dollaro ai minimi da inizio guerra in Iran

Il deprezzamento del dollaro fa notizia, perché segnala dove si dirige il mercato con i suoi flussi dei capitali. In qualità di cosiddetto “porto sicuro”, il cambio americano tende sempre a rafforzarsi durante crisi economiche o geopolitiche. Questa volta, era già accaduto meno che in passato. Ad esempio, quando la Russia invase l’Ucraina nel febbraio del 2024, già agli inizi di aprile risultava avere guadagnato intorno al 5,5%. Entro i 7 mesi successivi avrebbe guadagnato complessivamente il 15%.

Sebbene ancora siano passate poche settimane dall’inizio della guerra in Iran, sta emergendo una certa ritrosia degli investitori a rifugiarsi nel dollaro. Anzitutto, perché il debito pubblico americano negli ultimi anni è cresciuto in misura abnorme e inizia a fare paura anche ai più ottimisti. Vale qualcosa come più di 38.000 miliardi di dollari, intorno al 35% dell’intero PIL mondiale. Sta diventando ogni anno sempre meno assorbibile dai creditori esteri, specialmente se le politiche economiche della presidenza Trump mettono in discussione le fondamenta su cui poggia il finanziamento degli eccessi fiscali americani: libero commercio e prevedibilità geopolitica.

Trattative fallite e riaperte

Il dollaro è stato usato in via crescente come un’arma (“weaponization”) negli ultimi decenni dagli Stati Uniti e ora che la tensione aumenta con un numero di potenze maggiori come Cina e Russia, molti investitori sono indotti a ritenere che impiegare i propri capitali in asset americani possa ritorcersi loro contro nel caso di frizioni tra governi. Tralasciando per il momento questo discorso più di lungo periodo, il deprezzamento di queste ultime sedute risente più che altro l’andamento della guerra in Iran. La settimana si è aperta con la cattiva notizia del fallimento del negoziato tra Stati Uniti e Iran a Islamabad. Il prezzo del petrolio era tornato a salire sopra i 100 dollari al barile insieme ai rendimenti dei bond.

Già ieri, però, serpeggiava un cauto ottimismo proprio sulla riapertura delle trattative. Il presidente Donald Trump ha imposto un secondo ultimatum di 15 giorni fino al 27 aprile per trovare un accordo. Nel frattempo, aveva già annunciato che avrebbe chiuso il transito nello Stretto di Hormuz alle navi in uscita dai porti iraniani e che pagano il pedaggio al regime. Questa notte, la petroliera di proprietà cinese Rich Starry, che batte bandiera del Malawi, ha forzato il blocco navale americano e ha praticamente dimostrato al mondo che sia un bluff. E da qualche ora Teheran ha fatto sapere che non sfiderà le forze a stelle e strisce, tenendo le navi nei porti per agevolare la ricerca di un negoziato.

Inflazione variabile sotto le lenti dei mercati

Di fatto, questo cambio tattico dell’amministrazione trumpiano starebbe funzionando nel fare pressione sull’Iran. Anche se a costo di apparire goffo, controproducente e persino finto. L’allentamento della tensione sta indebolendo il dollaro, perché i mercati iniziano ad intravedere la fine del conflitto, cioè la riapertura di Hormuz. Non subito, ma probabilmente entro fine mese. Il danno è compiuto, ma questo è stato già prezzato dagli asset. Se la crisi dell’energia finisse da qui a poche settimane, la ripresa dell’inflazione si arresterebbe sul nascere. Quindi, i rendimenti obbligazionari stanno indietreggiando per scontare uno scenario meno cupo di quanto fosse emerso nel fine settimana passato con la rottura delle trattative.

L’appetito per il rischio aumenta e ciò sta beneficiando le borse mondiali, mentre continua a penalizzare l’oro e per l’appunto il dollaro. Il fatto che questi si sia portato ai livelli di fine febbraio non significa che per lo stesso mercato americano non sia accaduto niente. In primis, il rendimento decennale negli Stati Uniti è salito nel frattempo di oltre lo 0,30% al 4,27% di questa sera. E con un’inflazione a marzo al 3,3% dal 2,4% di febbraio, il mercato non vede più alcun taglio ai tassi di interesse entro la fine dell’anno. Prima, era convinto che ce ne sarebbero stati un paio per almeno lo 0,50% complessivo.

Dollaro a rischio nel lungo periodo

Le implicazioni a medio-lungo termine per il dollaro potranno essere negative a seguito della guerra in Iran. Gli Stati Uniti non ne stanno uscendo con un’immagine di forza, sembrando costretti ad inseguire il raggiungimento di un accordo di pace entro breve tempo per evitare il boom dell’inflazione e la crisi della loro economia. Cosa persino peggiore, l’Iran minaccia di riscuotere il pedaggio dalle navi in transito solo in yuan e stablecoin, così da sfuggire alle sanzioni americane. Si potrebbe affermare in pieno Golfo Persico un nuovo sistema per i pagamenti alternativo alla valuta USA, che intaccherebbe l’aura di invincibilità della riserva di valore mondiale.

Non gioveranno neanche le forti tensioni tra USA ed Europa. Il nostro continente è tra i principali creditori della superpotenza insieme a Giappone e Cina. Più in generale, ogni anno defluiscono non meno di 300 miliardi di euro di risparmi dall’Unione Europea e con destinazione Oltreoceano. Lo scombussolamento geopolitico in corso, tra dazi e guerra, sta ampliando le distanze tra alleati e può portare Bruxelles ad accelerare quel piano di riforme teso a ridurre la frammentazione monetaria interna per contenere i futuri deflussi dei capitali verso il mercato americano. La stessa volontà delle case d’investimento europee di acquistare titoli del debito USA può contrarsi nei prossimi anni, se la percezione che si ha di Washington si deteriora al punto da non considerarla più come un riferimento sicuro sul piano geopolitico.

Questione di tassi

Tornando all’oggi, l’indebolimento del dollaro ai minimi da un mese e mezzo riflette anche l’attesa divergenza monetaria tra Stati Uniti e principali altre economie mondiali. La Banca Centrale Europea dovrebbe alzare i tassi di interesse 2-3 volte entro l’anno, così come persino l’ultra-accomodante Banca del Giappone. Come detto, la Federal Reserve del prossimo governatore Kevin Warsh li lascerebbe invariati. I capitali tendono a dirigersi dove i tassi sono più alti o credono che lo saranno presto. E ciò finisce quasi sempre per muovere anche i cambi in anticipo rispetto alle mosse delle banche centrali.

 

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