“Non mi dimetto”, aveva reagito alla catastrofe elettorale del suo Partito Laburista all’indomani del voto locale in Inghilterra e per il rinnovo dei parlamenti di Scozia e Galles. Il mercato aveva creduto all’ostinazione del primo ministro Keir Starmer, ma non aveva fatto i conti con la crescente ribellione interna. Oggi, i rendimenti dei bond UK sono tornati a salire ai massimi da decenni e la sterlina è scesa a un cambio di 1,35 contro il dollaro dopo che sei ministri si sono mostrati pronti a dimettersi e un membro dell’esecutivo lo ha appena fatto: Jesse Phillips, sottosegretaria alla protezione dei minori. Il decennale offre più del 5,10%, ai massimi dal 2008, mentre il trentennale è arrivato sopra il 5,80%, mai così in alto dal lontano 1998.
Bond UK giù col tracollo laburista
Il Partito Laburista ha perso 1.496 seggi nei consigli comunali, mentre il Reform UK di Nigel Farage ne ha guadagnati quasi altrettanti (1.453), “rubandoli” perlopiù ai Tories, a loro volta crollati di 563 seggi. Sono usciti bene anche i LibDem (+155) e Verdi (+441). Al Parlamento scozzese, poi, i laburisti hanno perso 4 seggi, scendendo agli stessi 17 guadagnati da Farage. Malissimo nel Galles: da 44 a 9, mentre Reform UK ha conquistato 34 seggi. La crisi del governo Starmer non nasce dalle amministrative di settimana scorsa. Da mesi tira aria di smottamento tra ministri e parlamentari dopo che i files Epstein hanno provato il legame di figure apicali del partito con il finanziere americano, morto suicida in carcere nel 2019 dopo che era stato arrestato con pesanti accuse di abusi sessuali, tra cui numerosi minori.
Andando a ritroso, la vera crisi per Starmer è nata nello stesso giorno in cui si è insediato a Downing Street dopo la folgorante vittoria alle elezioni generali del luglio 2024. Meno di due anni fa, ma sembra già un’altra era. In realtà, i laburisti ottennero una solida maggioranza parlamentare con appena un terzo dei consensi. E subito dopo nacquero i dissidi interni su questioni sensibili come la riforma dell’assistenza, la tenuta dei conti pubblici, la sicurezza e la politica estera. Il rimpasto del settembre scorso avrebbe dovuto mettere a tacere i dissidenti, mentre è accaduto il contrario.
Rischio politico crescente con crisi del bipartitismo
I bond UK o Gilts offrono i rendimenti a lungo termine più alti tra le economie avanzate del G7. Il mercato prezza sia un tasso d’inflazione più alto che altrove ancora prima della guerra in Iran – al 3,3% a marzo – ma anche un rischio politico crescente. Se negli anni scorsi era stata la Brexit a spaventare gli investitori per via della confusione e dell’incertezza generate da governi instabili e poco chiari sui propositi, adesso a fare paura è la fine dello storico sistema bipartitico. Per secoli si sono alternati alla guida dell’esecutivo due soli partiti, cioè conservatori da una parte e laburisti dall’altra. Lo scenario emerso sia dai sondaggi che dal voto locale è cambiato. Ci sono cinque partiti a contendersi il consenso e i due tradizionali messi insieme sono netta minoranza nel regno.

Conti pubblici sotto pressione
Non si tratta di pura teoria. I bond UK riflettono le incertezze fiscali. Per l’anno fiscale conclusosi nel marzo scorso, il deficit di bilancio risulta già al 4,3% del Pil. Il governo Starmer si è impegnato ad aumentare la spesa militare in sede NATO, dall’attuale 2,5% al 3% del Pil. Allo stesso tempo, la sua maggioranza non gli permette di tagliare la spesa pubblica o di aumentare le entrate per mettere al sicuro i conti pubblici. Lo abbiamo visto con i due budget finora presentati dal suo cancelliere allo Scacchiere, Rachel Reeves. Ora che l’ala progressista ha ottime chance di prendersi la leadership del partito e, automaticamente, la guida del governo, il mercato sconta il rischio di una politica fiscale ancora più sfrenata. Il debito pubblico è già atteso salire sopra il 96% del Pil, sarebbe questione di tempo prima che varcasse la soglia del 100%.

Chi può rimpiazzare Starmer? Per il momento lo sfidante più accreditato sarebbe il ministro della Salute, Wes Streeting. Il vero asso nella manica per i progressisti si chiama Andy Burnham, sindaco del Greater Manchester. Non essendo deputato, non può sfidare Starmer alle primarie per le regole del partito. Nell’autunno scorso, questi criticò il primo ministro chiedendogli di finanziare l’aumento dell’assistenza emettendo bond UK, ossia facendo deficit. Successivamente, corresse in parte tale affermazione. Ebbe il merito, comunque, di svelare la politica economica della corrente più di sinistra dei laburisti, che accusano Starmer e Reeves di avere tradito le promesse elettorali cercando di tagliare l’assistenza e di aumentare le imposte sui lavoratori.
Prospettive future incerte
Il boom dei rendimenti per i bond UK svela anche uno scenario di lungo periodo incerto. Come dicevamo, l’alternanza tra conservatori e laburisti al governo non è più garantita dagli esiti elettorali che stanno emergendo in tutto il regno. Se vincesse Farage, quale sarebbe la sua politica economica? Il leader anti-UE si considera il vero erede di Margaret Thatcher, ma ai mercati interessa sapere, tanto per fare un esempio, come si relazionerebbe in politica estera con gli stati comunitari e la Commissione europea. In ballo ci sono esportazioni per 381 miliardi di sterline (dati del 2025), pari al 41% del totale e al 12,5% del Pil britannico. Dunque, prospettive di crescita economica già deboli e ancora più imperscrutabili con un quadro politico così confuso.
Bond UK, ombra dell’autunno 2022
C’è un altro dato da non sottovalutare. I bond UK riflettono un’inflazione attesa crescente per via del caro energia provocato dalla guerra in Iran. Sarà capace la Banca d’Inghilterra a contrastare i rincari con una politica monetaria efficace o troverà più complicato alzare i tassi di interesse con un governo politicamente debolissimo e un sistema istituzionale apparentemente finito dopo secoli? Se prevalesse la tentazione di salvaguardare il sistema, rischierebbe di perdere il controllo delle aspettative del mercato con i rendimenti di lungo periodo che andrebbero per conto loro. E chissà che gli obbligazionisti non stiano anticipando uno scenario simile, seppure ancora in misura marginale.
Pesa lo spettro del 2022, quando la neopremier conservatrice Elisabeth Truss perse la fiducia dei mercati con il varo di una manovra fiscale in deficit per decine di miliardi di sterline. I bond UK collassarono e la Banca d’Inghilterra dovette intervenire su richiesta dei fondi d’investimento per impedire che la crisi minacciasse i portafogli delle famiglie. Un episodio che finora ha indotto i politici di entrambi gli schieramenti a mostrarsi responsabili sui conti pubblici, ma che rischia di essere dimenticato nella voglia di recuperare consenso in maniera frettolosa e facile con politiche di deficit spending.