Altcoin in crisi: perché l’altseason non decolla?

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Altcoin in crisi: perché l’altseason non decolla come i mercati immaginavano?

Il 2025 è iniziato con grandi aspettative per il mercato delle criptovalute, alimentate dal rialzo di Bitcoin e da ripetute promesse di una nuova “altseason”, quel periodo magico in cui le altcoin -– le criptovalute genericamente riconosciute come alternative a Bitcoin -– superano o affiancano da vicino il re del mercato in termini di performance.

Tuttavia, a tre mesi dall’inizio dell’anno, gli investitori si trovano di fronte a una realtà piuttosto diversa: Bitcoin domina incontrastato, mentre le altcoin arrancano, incapaci di trovare lo slancio necessario per decollare a suo fianco. Perché l’altseason tanto attesa non si è ancora materializzata? Esamineremo in questo articolo i dati, le notizie recenti e i fattori strutturali che stanno tenendo le altcoin in crisi.

Altcoin in crisi e Bitcoin dominance

Uno dei principali indicatori della salute delle altcoin è quella che in gergo viene denominata Bitcoin dominance, ovvero la percentuale della capitalizzazione totale del mercato crypto attribuibile a Bitcoin. All’inizio di marzo 2025, questo valore si attesta intorno al 60%, un livello che non si vedeva da anni. Questo significa che oltre la metà del denaro investito in criptovalute è concentrato su Bitcoin, lasciando poco spazio alle alternative.

Il motivo di questa dominance è duplice. Da un lato Bitcoin ha indubbiamente beneficiato di un rinnovato interesse istituzionale, con l’approvazione di ulteriori ETF (Exchange Traded Funds) negli Stati Uniti, ma soprattutto l’annuncio della proposta di Donald Trump di creare una Riserva Strategica nazionale di Bitcoin, tutti temi che abbiamo abbondantemente approfondito in svariati articoli.

Questa mossa squisitamente politica, che mira a proporre l’utilizzo di BTC confiscati senza impatti sul budget federale, ha rafforzato la percezione di Bitcoin come un asset “sicuro” e legittimo, attirando capitali da hedge fund e grandi investitori.

Dall’altro lato, il prezzo di Bitcoin, che ha toccato i 108.000 dollari a fine 2024 prima di stabilizzarsi sotto gli 80.000 a marzo 2025, ha assorbito la maggior parte della speculazione nuda e cruda, lasciando le altcoin a competere per quote residuali in termini di trading e, appunto, speculazione diretta.

Parallelamente Ethereum, la “storica” seconda criptovaluta per importanza operativa e capitalizzazione, è un esempio lampante di questa crisi. Nonostante il suo ruolo centrale nella finanza decentralizzata (DeFi) e negli NFT, il prezzo di ETH è sceso del 30% dai massimi locali di novembre 2024, attestandosi intorno ai 2.800 dollari. Solana, un altro protagonista delle altcoin, ha perso oltre il 40% nello stesso periodo, scivolando sotto i 120 dollari.

Questi numeri riflettono una tendenza in realtà ben più ampia: le altcoin non riescono a capitalizzare i rialzi di Bitcoin, un fenomeno che storicamente ha sempre preceduto una altseason.

Memecoin e rug pull che fanno il resto…

Un altro fattore che ha soffocato l’entusiasmo per le altcoin è il proliferare recente delle memecoin e dei cosiddetti rug pull, espressione che designa progetti sostanzialmente fraudolenti, o come minimo altamente speculativi, che crollano immediatamente dopo aver attirato investimenti.

Negli ultimi mesi, il mercato è stato invaso da token ispirati a meme o tendenze virali (a dirla tutta, anche alimentate da velleità “presidenziali”, basti ricordare il token dello stesso Trump, seguito da quello della consorte, per non parlare di quello, letteralmente disastroso, del presidente argentino Milei), spesso privi di fondamenta tecniche o utilità reale.

Sebbene alcuni progetti “meme”, come Dogecoin o Shiba Inu, abbiano mantenuto una certa stabilità grazie alla loro comunità di appassionati reali, e alla loro capacità di ritagliarsi seriamente un alveo di tutto rispetto nel campo appunto della “memetica” del Web, molti altri sono spariti nel nulla, lasciando gli investitori con perdite significative.

Questo clima di sfiducia ha avuto un effetto domino. Gli investitori retail, che tradizionalmente alimentano le altseason con il loro appetito piuttosto pronunciato per il rischio, si sono ritrovati scottati da progetti oggettivamente orientati ad arricchire solamente i promotori emittenti o primi detentori, e non certo gli investitori in coda.

Come osservato in numerosissimi commenti circolati su X, le memecoin avrebbero pertanto “cancellato” l’attesa altseason, agendo come un “cigno nero” di questo ciclo di mercato. Senza la fiducia necessaria per scommettere su altcoin meno consolidate, il capitale si è quindi rifugiato in Bitcoin o è uscito del tutto dal mercato crypto.

Regolamentazione e stablecoin: costose distrazioni

Mentre Bitcoin attira l’attenzione delle istituzioni, le altcoin devono affrontare un altro ostacolo: la crescente competizione con le stablecoin.

Nel 2024 il volume delle transazioni con stablecoin ha raggiunto i 27 trilioni di dollari, superando di gran lunga quello delle altcoin. Progetti come USDT e USDC dominano senza alcun dubbio il panorama, offrendo stabilità in un mercato volatile e attirando l’interesse di numerose aziende, come per esempio MoonPay, che con l’acquisizione di Iron punta a rivoluzionare i pagamenti digitali.

Inoltre, le recenti mosse normative negli Stati Uniti stanno indubbiamente spostando il focus politico sulle stablecoin. Donald Trump, dopo aver spinto per la Riserva Bitcoin, ha infatti dichiarato il suo supporto a un quadro legislativo per regolamentare queste valute digitali ancorate al dollaro. Questo ha creato un paradosso: mentre le stablecoin guadagnano legittimità, le altcoin -– spesso viste come speculative e rischiose -– vengono lasciate indietro, senza un chiaro sostegno istituzionale.

Il contesto macroeconomico

Non si può però analizzare la crisi delle altcoin senza considerare il contesto economico globale. A marzo 2025 i mercati tradizionali sono chiaramente sotto pressione: il Nasdaq e l’S&P 500 hanno registrato cali significativi nelle ultime settimane, spinti da timori di una prossima recessione e da un aumento dei tassi di interesse. In questo clima gli investitori tendono come prevedibile a rifugiarsi in asset percepiti come meno rischiosi, e Bitcoin, con la sua narrativa di “oro digitale” ormai a buon titolo consolidata, si adatta perfettamente a questo ruolo.

Le altcoin, al contrario, sono considerate investimenti ad alto rischio, simili alle small-cap del mercato azionario. Quando il capitale si ritira dai mercati speculativi, sono quindi le prime a soffrire.

I dati mostrano che il 99% delle altcoin è ancora sotto i massimi storici di fine 2020, un segnale che attesta quanto il sentiment rialzista non sia mai davvero tornato. Inoltre, la liquidazione di posizioni long per oltre un miliardo di dollari a gennaio 2025 ha ulteriormente depresso i prezzi, spegnendo ogni speranza di un’imminente altseason.

Il caso XRP, mosca bianca del settore

Nonostante tutto, sembra però che per le altcoin una rivincita possa essere possibile. Un caso interessante è quello di XRP, la criptovaluta di Ripple, che sta vivendo un momento di rinnovato interesse.

Franklin Templeton, una delle maggiori società di gestione patrimoniale, ha espresso l’intenzione di lanciare un ETF basato su XRP, segnale che gli investitori istituzionali potrebbero iniziare a diversificare oltre la sfera di Bitcoin. Inoltre, la proposta di includere XRP nella Riserva Strategica USA ha dato una spinta ulteriore al suo prezzo, che si aggira ora intorno ai 2,50 dollari, con un aumento del 20% nell’ultimo mese.

Oltre a questo, continua a circolare la notizia secondo la quale il protocollo Ripple potrebbe in tempi rapidi addirittura sostituire l’intera architettura SEPA per i bonifici immediati, rivoluzionando letteralmente tutto il comparto degli intermediari finanziari con uno spostamento in massa sulla blockchain. Dettaglio non da poco, che di certo ha ulteriormente spinto l’avanzata di questa crypto.

Tuttavia, XRP rimane un’eccezione. La sua crescita è legata a sviluppi specifici -– come la risoluzione parziale della causa con la SEC e il suo utilizzo nei pagamenti transfrontalieri -– che non si applicano alla maggior parte delle altcoin. Senza un catalyst simile, progetti come Cardano o Polkadot continuano a mantenersi certamente solidi per ovvie e consolidate ragioni tecnologiche, ma privi dell’impennata che ci si aspettava.

Riassumendo…

La risposta alla domanda del titolo è necessariamente multifattoriale e legata a dinamiche eterogenee.

La dominance di Bitcoin, alimentata da ETF e supporto istituzionale, ha soffocato la concorrenza. Il proliferare di memecoin e rug pull ha minato la fiducia degli investitori retail. Le stablecoin e le regolamentazioni in arrivo hanno spostato l’attenzione altrove, mentre il contesto macroeconomico ha penalizzato gli asset speculativi.

Infine, la mancanza di narrazioni forti o innovazioni rivoluzionarie ha lasciato le altcoin senza una direzione chiara. Storicamente sappiamo che le altseason sono esplose quando Bitcoin ha raggiunto un plateau dopo un forte rialzo, permettendo al capitale di fluire verso asset più rischiosi. Ma nel 2025 questo schema non si è ripetuto.

Conclusioni

Per ora, le altcoin sono in crisi, e l’altseason sembra un miraggio. Tuttavia, il mercato crypto è noto per la sua imprevedibilità, ed è proprio una fase di stallo come questa che può paradossalmente essere la fenomenologia lampante di un rilancio esplosivo, improvviso e per certi versi inaspettato.

Se Bitcoin infassi dovesse stabilizzarsi, magari dopo una (si spera) “normalizzazione” della situazione politica tra USA e resto del mondo (con specifico riferimento alle tensioni pregresse con superpotenze come Russia e Cina), e le condizioni macroeconomiche andassero a migliorare, il capitale potrebbe tornare a fluire proprio verso le altcoin, specialmente quelle con fondamenta solide come Ethereum o Solana.

Fino a quel momento, gli investitori farebbero bene a guardare oltre l’hype e a concentrarsi sui dati: al 15 marzo 2025, il trono di Bitcoin è più saldo che mai, e le altcoin devono ancora dimostrare di meritare un posto al tavolo.

Filippo Albertin

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