Un apprezzamento prossimo del 3% in un paio di sedute e che ha portato il cambio dello yen contro il dollaro americano ai massimi dal febbraio scorso, ossia da oltre sei mesi. Il cross è scivolato a un minimo di 155,323 nella giornata di ieri per chiudere le contrattazioni settimanali a 156. Era a 160 ancora lo scorso mercoledì e a fine luglio si era reso necessario l’intervento congiunto di Banca del Giappone e Federal Reserve per rianimare una valuta nipponica sprofondata a un tasso di cambio di 164, vale a dire ai minimi termini dal 1986.
Cambio yen in ripresa, malgrado i dati USA
L’aspetto più clamoroso è che il cambio dello yen ha proseguito la sua corsa anche con il rimbalzo del dollaro contro le altre principali valute mondiali a seguito della pubblicazione dei dati sull’occupazione americana ad agosto. Nel mese, risultano essere stati creati 162.000 posti di lavoro non agricoli contro +21.000 a luglio (dato rivisto da una stima iniziale di -23.000). Poiché l’economia americana non segnala ancora cedimenti, il mercato sconta un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve con probabilità del 50% a settembre.

Tuttavia, bisogna sempre fare i conti con il presidente Donald Trump. Ieri, fiutando l’aria, ha dichiarato che se il governatore Kevin Warsh non taglierà i tassi – altro che alzarli! – gli Stati Uniti smetteranno di commerciare con tutte le economie con cui registrano un deficit commerciale. Una minaccia più rivolta all’apparenza alla FED che non all’esterno, nel tentativo di influenzare le scelte decisionali della prima banca centrale al mondo. Tornando al cambio dello yen, l’apprezzamento di questi giorni è arrivato a seguito di alcune dichiarazioni rese dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, che si aspetta che il Giappone faccia “la cosa giusta”.
Bessent chiede una svolta al Giappone
Queste affermazioni non sono state rese al pubblico, ma citate all’interno di un rapporto destinato agli alti funzionari governativi di Tokyo. Li avrebbe esortati ad una maggiore disciplina fiscale e al rialzo dei tassi di interesse. In effetti, il cambio dello yen è precipitato negli ultimi anni sul mercato valutario per queste due ragioni. In primis, perché il costo del denaro è tenuto artificiosamente basso e costringe gli investitori domestici a comprare asset all’estero per ottenere rendimenti accettabili. La fuga dei capitali deprezza la valuta e alimenta l’inflazione, rendendo i tassi ancora più bassi in termini reali. Inoltre, l’altissimo livello del debito pubblico (quasi al 240% del PIL) tende a spingere i rendimenti reclamati dal mercato, i quali restano inferiori ai livelli di equilibrio proprio per effetto di una politica monetaria non ortodossa.
Perché Bessent reclama una svolta di politica economica per Tokyo? Per la Banca del Giappone l’alternativa al rialzo dei tassi sarebbe di proseguire con ulteriori interventi a sostegno del cambio dello yen. Ciò si tradurrebbe nella vendita di asset in dollari (Treasury), premendo al rialzo sui rendimenti americani. In pratica, il salvataggio finirebbe per pagarlo nel breve termine il governo americano, che già deve fronteggiare un costo del debito ai massimi da diversi decenni. Tant’è che proprio Bessent ad agosto ha dovuto annunciare il raddoppio dei riacquisti dei titoli USA a 30 anni dopo che in asta erano saliti ai rendimenti massimi dal 2001, sopra il 5,20%.
Verso un probabile rialzo dei tassi a settembre
Il Giappone figura quale primo creditore degli Stati Uniti con un portafoglio di Treasury pari a circa 1.117 miliardi di dollari. Con l’intervento congiunto di fine luglio la FED ha fatto guadagnare tempo alla controparte, ma il cambio dello yen non potrà essere sostenuto a lungo da espedienti di corto respiro. Serviranno azioni decise per imprimere una svolta definitiva. Infatti, gli investitori ritengono che a settembre il governatore Kazuo Ueda alzerà i tassi all’1,25% dall’1% di giugno senza attendere necessariamente che trascorrano 6 mesi prima della nuova stretta. Il mercato monetario prevede che il costo del denaro sarà alzato almeno tre volte dello 0,25% ciascuno fino ad arrivare all’1,75%. E inizia a prospettarsi la possibilità che il tasso finale sia ancora più elevato.

Non sarà facile come crediamo. Anche uno zero virgola in più può fare salire la spesa per interessi in maniera pesante, dato l’altissimo debito da rifinanziare e di cui la metà ad oggi è detenuto dalla banca centrale. Come se non bastasse, il Giappone detiene all’estero attività patrimoniali per circa 11.400 miliardi di dollari, pari al 257% del PIL. Ricordiamo che la posizione netta del Sol Levante ha raggiunto la cifra record di 3.500 miliardi. Significa che i giapponesi hanno investiti all’estero capitali per un ammontare di gran lunga superiore a quelli che gli stranieri hanno investito in Giappone. Un rialzo dei tassi può migliorare il cambio dello yen verso le altre valute mondiali, ma ciò stesso finirebbe per deprimere il valore di tali attività. Un processo veloce porterebbe a un possibile shock economico tramite il famigerato “effetto ricchezza”.
Cambio yen in cerca di stabilità
C’è anche da dire che il valore di tali attività negli ultimi anni è aumentato in rapporto al PIL nipponico (espresso in yen), proprio a causa della debolezza del cambio. Ad ogni modo, il mercato crede che siamo vicini ad una svolta. I rendimenti decennali sono prossimi al 3% e il trentennale sfiora il 4%, mentre la scadenza a 2 anni supera l’1,80%. Sono tutti segnali di una stretta in arrivo. L’inflazione a luglio era sì all’1,9%, un dato da fare invidia alle altre principali economie mondiali, ma perlopiù grazie ai sussidi statali per tenere bassi i prezzi dei principali beni e servizi acquistati dalle famiglie. Con la conseguenza che per tenere il costo della vita sotto controllo senza gravare sui tassi, alla fine a farne le spese è il bilancio statale già sconquassato da decenni di deficit esasperati.

Il cambio dello yen ha perso il 30% contro il dollaro negli ultimi 5 anni a causa principalmente della divergenza monetaria con la FED. Difficile immaginare che possa tornare a quel rapporto di 110 vigente ancora nel 2021, anche perché il costo del denaro negli Stati Uniti non può scendere nel breve periodo per via delle pressioni inflazionistiche in corso. Ai mercati finanziari e alle imprese domestiche, però, interessa la stabilità. Si sta affacciando persino l’ipotesi, più teorica che pratica, di fissare una parità centrale per azzerare la speculazione una volta per tutte. Più facile credere che essa verrà meno man mano che la politica monetaria a Tokyo sarà normalizzata e magari insieme a quella fiscale. Nell’attesa di capire come si muoverà la banca centrale, c’è chi ritiene che essa sia già tornata a sostenere la valuta sul mercato e per questo i trader si stanno astenendo dallo scommettere contro lo yen.