E’ stata una settimana da dimenticare quella che è appena trascorsa per il mercato delle crypto. La capitalizzazione è scesa fino a 2.200 miliardi di dollari rispetto al record segnato nell’ottobre scorso, di fatto dimezzando la dimensione complessiva. Bitcoin è arrivato a scendere a poco più di 60.000 dollari nella giornata di venerdì, quando quattro mesi fa saliva al massimo storico di 125.000 dollari. Un crollo inatteso, anche perché attorno a questo asset si era alimentato un forte ottimismo in scia alla rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. La legislazione e la SEC americane sono diventate massimamente aperte, al punto da riconoscere le “stablecoin” a determinate condizioni.

Mercato crypto, cause del crollo inatteso
Le ragioni di questo crollo sono diverse. Il mercato crypto soffre di una generale avversione al rischio che si sta diffondendo sui mercati finanziari negli ultimissimi mesi. Tanti i dossier “caldi” sul fronte geopolitico. Se l’attenzione era monopolizzata fino a poco tempo fa dalla guerra tra Russia e Ucraina e successivamente dalle tensioni tra Israele e Hamas, Iran, Siria, Yemen e Libano, adesso ci sono il caso Venezuela, le repressioni in Iran con possibile attacco americano, nonché le forti frizioni tra Stati Uniti ed Europa sulla Groenlandia. Torna in auge la questione dazi, che sembrava un capitolo (doloroso) del passato.
Negli Stati Uniti è stato da poco designato come futuro governatore della Federal Reserve tale Kevin Warsh, una sorpresa per mercati e analisti per via delle sue posizioni da “falco” in politica monetaria. Il presidente Trump sembra avere trovato un compromesso con la parte dell’establishment contraria a mettere sotto scacco l’istituto e a minarne l’indipendenza. Ciò ha portato a un riprezzamento degli asset finanziari, scontando tassi di interesse tendenzialmente più elevati nel medio termine. Un problema per il mercato crypto, che viene sostenuto dall’abbondante liquidità dei capitali. Tassi più alti, inoltre, inducono gli investitori ad optare per il mercato a reddito fisso, visto che i rendimenti da questi offerti salgono o restano elevati.
Effetto leva come amplificatore delle perdite
Ci sono stati anche fattori tecnici ad avere fatto sprofondare i prezzi. CoinGlass ha notato che nella sola giornata di giovedì sono state liquidate posizioni a leva per 2,65 miliardi di dollari. Cosa significa? Gli investitori istituzionali, ma spesso anche retail, sono soliti esporsi sui mercati con capitali minimi, così da impiegare la liquidità su un paniere di titoli quanto più alto possibile. Ad esempio, possono decidere di puntare su 100 Bitcoin dal valore di mercato corrente di 7 milioni di dollari, ma versando solo 700.000 euro. Il resto lo mette il broker. In altre parole, stanno investendo con leva 1:10. Se il mercato va nella direzione auspicata, i guadagni sull’intera cifra di 7 milioni possono essere cospicui. Ma se va nella direzione opposta, le perdite possono anche azzerare tutto il margine depositato. Una volta che ciò accade, il broker chiede di aumentare tale margine a copertura dei rischi. Se ciò non avviene, chiude automaticamente la posizione.
E’ quello che sta accadendo in questi giorni. Molti investitori hanno preferito chiudere le posizioni, anziché continuare a perdere denaro sul mercato crypto. E questo segnala un pessimismo di fondo circa il futuro a breve e medio termine dell’asset. C’è da dire che, dopo avere toccato i minimi dal mese di settembre del 2024, Bitcoin è rimbalzato di oltre il 10% e ha persino superato la soglia dei 70.000 dollari. In ogni caso, il rally alimentato dalla vittoria di Trump è stato azzerato. Questo è considerato con preoccupazione dagli analisti, dato che si pensava che vi fossero le condizioni ottimali perché questo asset prosperasse.
Volatilità non esclusiva dei token
Va detto che il mercato crypto ci ha abituato alla volatilità. I crolli sono quasi normali, anche se li ritenevamo forse più figli del passato. Non dobbiamo dimenticare che beni rifugio con una storia ben più lunga, come oro e soprattutto argento, hanno accusato un tonfo inimmaginabile nel giro di poche ore dopo avere toccati gli ennesimi massimi storici a fine gennaio. Il silver è passato da sopra 120 a meno di 70 dollari l’oncia, arrivando a perdere il 40%. Tutti hanno pagato non sono il boom precedente, ma anche il cambio di rotta improvviso di Trump sulla FED. I rendimenti sovrani in Giappone, pur sotto i massimi, restano ai massimi da decenni. E con le elezioni anticipate in programma l’8 febbraio c’è il timore che possano tornare a salire per i timori del mercato circa l’ulteriore allentamento della politica fiscale.
Restano debiti e inflazione
Tuttavia, le ragioni di fondo che hanno portato alla corsa verso i beni rifugio e al mercato crypto restano tutte in piedi. Nel mondo c’è un eccesso di debiti, che non accennano a contrarsi. I tassi d’inflazione possono restare ai livelli attuali o risalire a causa dell’accomodamento monetario globale a sostegno dei governi. E’ di questo fine settimana la notizia che l’Unione Europea valuterebbe un ulteriore aumento del fondo per il riarmo, ad oggi fissato a 150 miliardi di euro. Non è per caso contro il lassismo fiscale e i tassi a zero che Bitcoin ebbe fortuna sin dal suo debutto nel gennaio 2009?
Bisogna anche considerare che se per noi occidentali il mercato crypto resta un asset incomprensibile e persino dal quale tenersi alla larga, secondo la mentalità diffusa, in parte del pianeta è esattamente l’opposto. Dove ci sono iperinflazione, crisi valutarie e default sovrani i cittadini cercano di mettere al riparo i loro risparmi acquistando beni fisici come oro e argento, valute forti come il dollaro (sempre che tra embargo e divieti interni non sia molto rischioso o persino impossibile) e negli ultimi anni token digitali come Bitcoin. La volatilità di questi ultimi è poca roba per chi deve fare i conti quotidianamente con rischi ben peggiori e con prezzi ancora più instabili.
Mercato crypto, balene non mollano
Per quanto le liquidazioni delle posizioni a leva appaiano scoraggianti, c’è da dire che il 10 ottobre scorso, subito dopo che erano stati toccati i massimi storici, il mercato crypto assistette al più grande evento di liquidazione della sua storia con vendite per 19 miliardi di dollari. In effetti, i prezzi crollarono in un paio di sedute da oltre 124.000 a circa 111.000 dollari. Il trend è stato sin da allora discendente. A sostegno dell’ottimismo, però, bisogna tenere conto della stabilità, anzi del leggero aumento recente delle quote di mercato detenute dalle cosiddette “balene”, i grandi possessori di token digitali. Segno che i grossi investitori, perlopiù storici, non abbiano smesso di credere nell’asset.
