Sta facendo discutere l’ultima novità arrivata dal fondo norvegese, noto ufficialmente come Norges Bank Investment Management e guidato dal settembre del 2020 dal CEO Nicolai Tangen. Dopo avere chiuso il primo semestre con un profitto record di 1.753 corone, pari a 184,3 miliardi di dollari, il manager ha nei giorni scorsi scritto al Ministero delle Finanze di Oslo per chiedergli di ridurre dal 70% al 50% la quota degli investimenti destinata ai titoli di stato rispetto alla complessiva componente obbligazionaria. A suo dire, questa nuova soglia risulterebbe sufficiente a garantire margini di liquidità all’ente sovrano in presenza di eventuali criticità del mercato. I rendimenti governativi non sarebbero più tali da consentire un’adeguata copertura del rischio, tra cui quello relativo all’inflazione.
Fondo norvegese verso il taglio di Treasury e bond in euro
In effetti, il fondo norvegese non intende tagliare i bond in portafoglio tout court. Anzi, la loro percentuale resterebbe invariata a circa il 27-28% degli asset totali, i quali ammontano attualmente a più di 21.500 miliardi di corone, cioè a circa 2.330 miliardi di dollari al tasso di cambio odierno. Addirittura, per i titoli obbligazionari non governativi in dollari si prospetta un aumento dal 16,2% al 27,6% della percentuale loro destinata. Ciò manterrebbe grosso modo ai livelli attuali la percentuale dei bond denominati in dollari rispetto alle detenzioni complessive (dal 52,9% al 52,5%).
Detto ciò, ci saranno alcuni riflessi non secondari a seguito dell’implementazione di tale policy, che avverrà a partire dai prossimi mesi. I titoli di stato USA o Treasury scenderanno, stando alla proposta, dal 34,1% al 21,9% del portafoglio obbligazionario. Poiché alla fine di giugno ammontavano a 215 miliardi di dollari, si stima che questo taglio possa comportare la vendita fino a 80 miliardi di dollari. Se Washington piange, l’Eurozona non ride. Pur in misura assai inferiore, i bond governativi in euro scenderanno anch’essi dal 16,8% al 14,1%. Viceversa, saliranno quelli giapponesi dal 4,6% al 7,4%. Quest’ultima decisione può apparire un controsenso, date le turbolenze in corso sul mercato del debito e del cambio nipponici. Con ogni probabilità, risente del fatto che i rendimenti nel Sol Levante sono già saliti ai massimi da diversi decenni lungo la curva delle scadenze, mentre lo yen è sceso fino ai minimi dal 1986 contro il dollaro. Pertanto, i titoli del debito emessi dal governo di Tokyo appaiono già molto “cheap”.
Segnale negativo per titoli di stato
La vendita di titoli USA da parte del fondo norvegese non sarà in quantità tali da comportare rischi immediati per la loro tenuta sul mercato. In circolazione ve ne sono per circa 31.500 miliardi di dollari, per cui la scelta di Oslo incide per appena un quarto di punto percentuale. Ma si tratta di un segnale negativo e non l’unico che arriva dall’Europa in questi mesi. Prima il fondo pensionistico pubblico olandese ABP riduce dell’84% le detenzioni di Treasury e poi scopriamo che la banca centrale sempre olandese ha importato 86 tonnellate di oro dagli Stati Uniti. Si chiama “sfiducia” e sta riguardando il sistema finanziario americano nel suo complesso.
Ciò che il fondo norvegese ci sta segnalando è che non vale la pena esporsi più di tanto verso i titoli del debito pubblico, specialmente se sono emessi dalla superpotenza. Rendono relativamente poco e comportano l’assunzione di rischi crescenti. La situazione riguarda la stessa Eurozona, dove la disciplina fiscale è stata negli ultimi anni più ferrea che negli Stati Uniti, ma viene minacciata progressivamente dall’instabilità politica, dalle spese legate al riarmo e dalla bassa crescita dell’economia. I tempi d’oro dei bilanci in attivo sono finiti persino in Germania, dove avanza lo spettro di una politica fiscale sempre più lassista, a fronte di una Berlino in preda al caos politico e a corto di idee per rilanciare il PIL.
Forte influenza di Oslo sui mercati
Il fondo norvegese è il più grande al mondo tra quelli di natura sovrana e possiede un elevatissimo potere d’indirizzo sui mercati finanziari e nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in borsa. E’ titolare dell’1,5% dell’intero mercato azionario globale attraverso 7.100 titoli in portafoglio. In pratica, non esiste società in cui non possiede una quota pur minima. La crescente influenza acquisita nel tempo ha aperto di recente un dibattito circa l’opportunità che entità in mano ai governi possano decidere le sorti della finanza mondiale. Sta di fatto che il CEO ha appena scoperto le carte: per il prossimo futuro scommette più sui corporate bond che non sui governativi. Una bocciatura delle politiche fiscali dei principali governi mondiali e molto sonora per l’amministrazione Trump.
E se uno dei principali protagonisti sui mercati ha annunciato che ridurrà gli acquisti netti di titoli di stato USA, perché gli altri dovrebbero continuare a comprarli? A quel punto, reclameranno rendimenti ancora più alti per proteggersi dai rischi. E già la fase per il debito americano è complicata. Il Giappone risulta ancora primo creditore degli Stati Uniti, ma da mesi è sotto pressione per difendere lo yen debole. Ha evitato di vendere Treasury in misura massiccia quando a fine luglio la Federal Reserve con la Banca del Giappone hanno concordato in intervento congiunto per arrestare la speculazione sul cambio. La Cina è in uscita dal mercato dei Treasury ormai da anni, mentre l’Europa ha finora comprato grazie agli avanzi commerciali cospicui maturati sul mercato americano e minacciati ora dai dazi, oltre che dalle diversità di vedute sulla geopolitica tra le due parti.
Fondo norvegese apre vaso di Pandora del debito
Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dovuto annunciare in pieno agosto il potenziamento dei riacquisti dei titoli USA a lungo termine per frenarne la corsa dei rendimenti. Non è bastato granché, anche perché il debito americano galoppa senza sosta e ha appena superato la soglia dei 40.000 miliardi di dollari, più che raddoppiando in valore assoluto nell’arco di un decennio. L’annuncio del fondo norvegese non deve, quindi, suscitare chissà quale sorpresa. Se non fosse per la forza del dollaro, Washington sarebbe costretta a finanziarsi a costi ben maggiori di quelli che ancora riesce a spuntare sui mercati. Semmai, la lettera di Tangen segnala la fine della compiacenza presso i grandi attori internazionali ricadenti nella stessa orbita occidentale. E mentre i rendimenti decennali tedeschi viaggiano ai massimi dal 2011 e quelli a 30 anni britannici sono stati battuti in asta ai massimi dal 1998, avanza lo spettro di un ritorno in piena attività dei “bond vigilantes”. E questa volta nel mirino ci sono proprio i grandi.
