E’ stato come un pugno in faccia per i mercati finanziari l’annuncio del presidente Donald Trump, nonostante l’allarme dazi sembrasse essere stato pienamente scontato da settimane. L’America è passata dalle parole ai fatti e nella giornata di ieri ha comunicato l’innalzamento delle tariffe doganali sulle merci importate dal resto del mondo. Un’aliquota di base del 10%, che resta tale per Paesi come Regno Unito, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Per gli altri si sale: al 20% per l’Unione Europea, al 34% per la Cina, al 46% per il Vietnam, ecc. E sulle auto il dazio sale per tutti al 25%.
L’allarme dazi manda in rosso le borse
La reazione dei mercati è stata negativa. Le borse mondiali hanno chiuso oggi in deciso calo, con l’indice FTSE MIB a segnare un pesante -3,60%. Il DAX 30 a Francoforte registra una perdita del 3,1% e il CAC 40 a Parigi il 3,31%. Più contenuto il calo dell’FTSE 100 a Londra, che beneficia del trattamento di favore riservato alle imprese britanniche: -1,55%. E in queste ore si possono comprare Bitcoin a prezzi ben inferiori a quelli vigenti prima dell’annuncio. La principale criptovaluta nel mondo vale sul mercato intorno a 82.500 dollari, perdendo 3.000 dollari in un giorno e il 12% da inizio anno.
Se le azioni scendono, le obbligazioni salgono in scia all’allarme dazi. I rendimenti decennali americani sono crollati al 4,07% contro il 4,20% della chiusura di ieri, ai minimi dal mese di ottobre dell’anno passato. In pratica, è stato annullato l’effetto Trump seguito alla sua vittoria elettorale del 5 novembre scorso. Cosa sta succedendo di preciso sui mercati finanziari? Gli investitori stanno vendendo azioni e criptovalute per acquistare bond. Il ritorno sul mercato a reddito fisso segnala il calo della propensione al rischio. Cresce, al contrario, l’avversione al rischio.
Scenari incerti sull’inflazione
Gli acquisti sul mercato obbligazionario può apparire paradossale, visto che l’allarme dazi rinfocolerebbe l’inflazione attesa. Le importazioni dall’estero negli USA dovrebbero rincarare, in quanto le imprese scaricherebbero i maggiori costi sui prezzi fissati al consumatori. A meno che le stesse imprese non fossero costrette a comprimere i margini di profitto, cosa che il mercato forse sta scontando attraverso il deprezzamento delle azioni in borsa. Ma è probabile che stia prevalendo la sensazione che alla fine questa politica di chiusura commerciale porti dritti alla recessione economica. Ecco spiegato il crollo dei rendimenti sia negli USA che in Europa, ma anche in Giappone.
Con la crisi alle porte, i consumi dovrebbero rallentare e spingere l’inflazione verso il basso. Già in queste ore stiamo assistendo al collasso delle quotazioni del petrolio. Ed è, cinicamente parlando, una buona notizia per le economie importatrici, perché si traduce in un minore costo per l’energia dopo anni di tensione proprio su questo mercato. Un calo che viene amplificato dall’indebolimento del dollaro, visto che le materie prime si acquistano nella valuta americana. Se il trend si consolidasse, porterebbe a un calo dell’inflazione nell’Area Euro, così come nelle altre principali economie mondiali. E ciò consentirebbe alle banche centrali di ridurre ancora i tassi di interesse, forse anche più in basso di quanto finora scontato nei prezzi degli asset finanziari.
Due possibili esiti opposti per il breve termine
Ogni previsione macroeconomica e finanziaria diventa difficile con l’allarme dazi. Ci sono opposte scuole di pensiero sull’impatto a breve termine sulle economie. Una spiegazione classica è quella che abbiamo descritto sopra. Ve n’è un’altra che porta a conclusioni opposte e non è detto che sia meno credibile. Essa parte dal presupposto che la chiusura del mercato dei beni americano esiti un calo della domanda per le merci europee e asiatiche. Le imprese in queste aree saranno costrette a ripiegare sui mercati di provenienza per svuotare i magazzini. Nell’immediato una situazione del genere può portare a una crisi di sovrapproduzione, che si può tradurre in un calo dei prezzi per eccesso di offerta prima di arrivare ai tagli.
Questa seconda interpretazione può trovare applicazione concreta nel caso in cui la Cina decidesse di dirottare le merci verso l’Europa. Da giorni si parla della volontà di Pechino di imitare la politica di auto-restrizione delle esportazioni del Giappone negli anni Ottanta in risposta alla richiesta dell’amministrazione Reagan di limitare i propri surplus commerciali con gli USA. Questo avrebbe implicazioni forti per la nostra economia, che si ritroverebbe a importare merci a più basso costo dalla Cina, subendone la maggiore concorrenza. In questo scenario, la ripresa del mercato obbligazionario sarebbe non solo possibile, ma anche certa. Inflazione in calo porterebbe a tassi più bassi e alla riduzione dei rendimenti lungo la curva, cioè sia sul tratto a breve che su quello a lungo termine.
Svalutazione del dollaro ipotesi scioccante
L’incertezza porterà per un po’ il mercato a trovare riparo nei titoli del debito americano, che ricordiamo essere considerati “beni rifugio” o “safe asset”. Lo stesso dollaro, pur indebolendosi, non dovrebbe collassare per effetto proprio della corsa ai porti sicuri tra gli investitori di tutto il mondo. Sarà interessante toccare con mano la reazione della Federal Reserve al prossimo appuntamento di politica monetaria. L’istituto ha sospeso il taglio dei tassi sul timore che l’inflazione americana resti sopra il tasso obiettivo del 2% o continui a salire. Ci sono forti pressioni politiche per indurla a proseguire nei tagli. Se cederà, sarebbe un probabile avallo alla svalutazione del dollaro senza dichiararlo esplicitamente. I rischi per l’economia americana riguarderebbero l’aumento dell’inflazione, ma per il resto del mondo andrebbe forse peggio. Un dollaro debole amplificherebbe gli effetti negativi dei dazi sulle altre economie, portando probabilmente alla loro recessione.
Allarme dazi spinge il debito
L’allarme dazi già sta spingendo le altre principali economie mondiali a fare maggiore affidamento sulla politica fiscale in senso espansivo. La Cina lo ha pianificato esplicitamente nei mesi scorsi, l’Unione Europea sta allentando le sue regole fiscali per finanziare l’aumento delle spese militari. Questa politica sulla sicurezza, giustificata dalle minacce russe nel cuore del continente, ha un obiettivo secondario di sostenere l’economia con una spesa pubblica in deficit, similmente a quanto accadde con il Covid per contrastare gli effetti della pandemia. Poiché i 27 stati che compongono l’Unione Europea dispongono di margini fiscali ciascuno differenti dagli altri, il rischio è che si abbia una reazione a macchia di leopardo, che accentuerebbe le debolezze interne, specialmente nell’Eurozona. L’opportunità è che si accelerino i processi di convergenza sul piano fiscale, uscendo da decenni di instabilità intrinseca e di inefficienze politiche.