Nelle ultime sedute, il franco svizzero è salito ad un tasso di cambio ai massimi storici contro l’euro. In pratica, con un euro ormai si acquistano solo 90 centesimi della valuta elvetica, mentre nel 2007 si era arrivati a sfiorare 1,70. E durante la scorsa settimana la soglia è stata infranta al ribasso. Tecnicamente, non possiamo parlare di record assoluto. Questo venne toccato il 15 gennaio del 2015, quando la Banca Nazionale Svizzera annunciò la fine del cambio minimo di 1,20, fissato unilateralmente nel settembre del 2011 per cercare di frenare l’afflusso ingente di capitali stranieri. In quell’occasione, il franco si apprezzò contro tutte le altre valute mondiali e fino a toccare un massimo intraday di 0,85 con la moneta unica.
Franco svizzero da record con mega-afflussi di capitali
Anche in questa occasione, l’apprezzamento del franco svizzero ha a che fare con la fuga dei capitali verso la confederazione alpina. Poiché la valuta elvetica è considerata un bene rifugio contro le tensioni internazionali, molti investitori si stanno mettendo alla sua ricerca per sfuggire alle possibili conseguenze negative della guerra in Iran. L’impatto si nota già. I rendimenti a 2 anni in Svizzera sono saliti dal -0,15% di fine febbraio, prima che esplodesse il conflitto, allo 0,036% di oggi. Nel frattempo, i titoli di stato tedeschi sono passati dall’offrire il 2% al 2,39%. E per quanto riguarda la scadenza decennale, il rendimento elvetico è sostanzialmente raddoppiato da 0,20% a 0,39%, ma meno del rendimento tedesco dal 2,65% al 2,94%.
Questi dati ci confermano che lo spread tra Svizzera e Germania si è allargato, a testimonianza del fatto che i capitali stiano lasciando l’Eurozona per trovare un porto sicuro in cui ripararsi. Sul piano macroeconomico, in effetti, lo stato alpino è messo meglio. A febbraio, il tasso d’inflazione risultava dello 0,1% per il terzo mese consecutivo contro l’1,9% nell’Eurozona. E’ vero che il boom delle quotazioni energetiche impatterà anche sui suoi prezzi al consumo, ma il livello di partenza è assai inferiore. E se il franco svizzero restasse così forte o continuasse a rafforzarsi, il costo delle importazioni si ridurrebbe e finirebbe per contrastare le spinte inflazionistiche. Accadde così durante la pandemia, con il dato elvetico a salire fino a un massimo del 3,5% nell’agosto del 2022 contro un dato triplo per l’Eurozona.
Possibile intervento sul mercato dei cambi
La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha pubblicato un insolito comunicato nei giorni scorsi, avvertendo su un suo possibile intervento per indebolire il cambio. L’ultima volta che fece una cosa simile e usò queste parole fu nel 2016, in occasione del referendum sulla Brexit. In teoria, l’istituto avrebbe un’arma meno irrituale per cercare di frenare la forza del franco svizzero: il taglio dei tassi di interesse. Il fatto è che essi sono stati già portati a zero e difficilmente saranno spinti in territorio negativo. A parte le conseguenze che avrebbe sull’economia, tra l’altro colpendo il risparmio e incentivando l’indebitamento, il principale rischio sarebbe, in questa fase, di natura politica.
L’amministrazione Trump ha messo da tempo nel mirino il franco svizzero, giudicandolo “svalutato” per ragioni competitive. Già durante il primo mandato il tycoon aveva minacciato ritorsioni contro la Svizzera per la sua presunta manipolazione del cambio. E nell’estate scorsa aumentò i dazi al 39% prima di tagliarli al 15% successivamente al raggiungimento di un nuovo accordo commerciale. La BNS teme che irriterebbe il governo americano tagliando i tassi, per cui opterebbe per soluzioni temporanee e magari approfittando delle tensioni internazionali scatenate dalla stessa Washington. In sostanza, la svalutazione del cambio tramite acquisti di asset in dollari ed euro darebbe meno nell’occhio.
Ritorno ai tassi negativi improbabile
In virtù di questa situazione, il mercato sta valutando come improbabile un nuovo taglio dei tassi, a maggior ragione che l’inflazione elvetica stessa rischia di risalire, allontanandosi lo spettro della deflazione. Proprio questa situazione incentiva gli afflussi di capitali, in quanto sta prevalendo la natura di bene rifugio incontrastato per il franco svizzero. E c’è da dire che il cambio, pur essendosi di molto rafforzato contro euro e dollari negli ultimi anni, anzi decenni, non si mostra realmente sopravvalutato in termini reali, cioè al netto del differenziale d’inflazione con Eurozona, Stati Uniti e altre grandi economie mondiali.
Prendiamo in considerazione gli ultimi 10 anni: l’indice dei prezzi al consumo nell’unione monetarie è salito di circa il 22%, negli Stati Uniti di oltre il 37% e in Svizzera di neanche l’8,5%. La bassa inflazione e la solidità dei conti pubblici sono elementi costanti nella storia economica elvetica. Chi compra il franco svizzero, mette in portafoglio una moneta fiat che tende a perdere potere di acquisto molto meno che altrove, guadagnando relativamente forza. Le riserve valutarie sfiorano i 1.080 miliardi di dollari (oro incluso), superando il valore dello stesso PIL. A titolo di confronto, pur detenendo il primato in valore assoluto, la Cina con i suoi 3.428 miliardi di dollari a febbraio aveva riserve per circa il 17% del suo PIL. E gli USA per meno dell’1%, pur non avendo rivalutato l’oro ai prezzi di mercato dagli anni Settanta.
Franco svizzero benefico per lavoratori transfrontalieri
A beneficiare di questa estrema forza del franco svizzero sono i cosiddetti lavoratori transfrontalieri. Sono coloro che risiedono in Italia, così come in Francia, Germania o Austria, ma lavorano in Svizzera e percepiscono una busta paga in valuta elvetica. I loro redditi negli ultimi anni sono aumentati, al netto di eventuali rinnovi contrattuali, pur sostenendo il più basso costo della vita nelle aree in cui vivono. Tanto per fare un esempio, un italiano che nel 2007 percepiva 4.000 franchi al mese, aveva al tempo uno stipendio fino a 2.400 euro dopo avere effettuato la conversione. Oggi, quella stessa somma vale più di 4.400 euro. Anche senza aumenti, starebbe molto meglio dopo avere tenuto conto anche dell’effetto inflazione in patria.
Di crisi in crisi, il franco svizzero non ha fatto che apprezzarsi contro l’euro e il dollaro stesso. Ed è la dimostrazione che la sua forza sia tutt’altro che episodica e che risulta azzardato immaginare che il raggiungimento dell’ennesimo record abbia già spinto il cambio al limite e che esso sia destinato a deprezzarsi nei prossimi mesi. E’ una considerazione simile a quella che viene effettuata per l’oro, anche se il metallo non sembra che passare di record in record, essendo nelle ultime settimane semplicemente sceso dai massimi storici per sostarvi nei paraggi. L’estrema tensione globale sostiene gli asset percepiti come sicuri e indipendentemente dalle specifiche valutazioni dei fondamentali.
